«Sporco marocchino» e lo prende a cinghiate in mezzo alla strada
Secolo XIX 4/6/09
cornigliano
«MI HA PRESO a pugni e cinghiate, mi ha gridato che dovevo tornare nel mio paese. È la quinta volta che succede da quando, undici anni fa, sono arrivato in Italia. Eppure continuo a pensare che se voglio essere rispettato, sono io il primo a dover rispettare l’identità di chi vive nel paese che mi ospita». Hosam El Din Ahmedabou El Khir ha gli occhi scuri e pacifici. E il tono cortese di chi sa accogliere l’ospite inatteso, senza tradire mai lo stupore per una visita improvvisa. Professore di matematica nato ad Alessandria d’Egitto 38 anni fa, è in Italia da 11: lavora nel mercato di corso Sardegna e impartisce lezioni di arabo a connazionali e italiani. È lui che, l’altra sera, è rimasto vittima a Cornigliano del pregiudizio razzista.
«Ero andato a mangiare una pizza qua a Cornigliano – spiega Hossam – Premetto che non bevo mai: vengo da una famiglia molto religiosa, non integralista. Mio padre mi ha insegnato il rispetto per chi mi accoglie: come è scritto in alcuni versetti del Corano. Come ho detto ero lucido e tranquillo. Erano da poco passate le nove di sera quando sono uscito dalla pizzeria e sono andato a fare due passi. All’altezza di piazza Savio stavo per attraversare la strada quando, dalla rampa dell’autostrada, è arrivata un’auto». Hossam si ferma: «Ero già sceso dal marciapiede ma sono rimasto immobile. Eppure il passeggero, un uomo giovane, ha iniziato a insultarmi e bestemmiare, dicendo che non si cammina in strada. Così gli ho chiesto il perché di quella reazione». La macchina si ferma e il ragazzo scende: «È venuto verso di me, con fare arrogante – dice ancora il professore – Mi ha urlato “marocchino di merda, torna al tuo paese”. Aveva l’alito che puzzava di birra. Non ho avuto neppure il tempo di rispondere che mi ha tirato due pugni». Due cazzotti sulla fronte e dietro a una tempia: «Ho provato a tirargliene uno anch’io, per bloccarlo, ma non l’ho preso e lui mi ha buttato a terra con un calcio. Mi tirava pugni in testa. Poi si è tolto la cintura e mi ha colpito con la fibbia». Sul braccio e sulla schiena, Hossam porta i segni. Alla fine il suo aggressore fugge, sull’auto guidata da una ragazza. «Gli ho urlato dietro che avrei chiamato i carabinieri – dice Hossam – Mi ha gridato che lui aveva finito di scontare la sua pena di 8 anni pochi giorni fa e che mi avrebbe sfidato in strada il giorno dopo». I militari arrivano in piazza Savio quando la macchina è sparita. Il trentottenne racconta tutto e viene accompagnato al Villa Scassi: ricoverato fino a ieri a mezzogiorno, per lui sono otto i giorni di prognosi.
«Ogni tanto la Digos mi ha controllato per scoprire se faccio parte di Al Qaeda – racconta l’uomo – Ma hanno capito che non c’entro nulla, nonostante la barba». Sorride, accarezzandosi il mento: «Nel 2003 è stata una delle persone con cui lavoravo al mercato di corso Sardegna a picchiarmi. All’epoca mi chiamavano “talebano”, era ancora fresco il dolore per l’undici settembre. Quel tizio aveva preso una stecca di legno e me l’aveva data sulla schiena. Aveva già chiamato alcuni amici che erano arrivati agitando un bancale intero ma io avevo attirato l’attenzione dei vigili. Quello che è accaduto martedì sera mi è già successo altre volte. In questura mi conoscono, i segni delle botte del 2003 li avevo mostrati all’ex questore Fioriolli».
Ora l’obiettivo di Hossam è uno: «Mi sono sposato l’anno scorso e il 23 dicembre è nata la mia bimba – conclude – Ho iniziato la trafila per il ricongiungimento ma è lunghissima. Eppure io sono in grado di mantenerle, non voglio pesare sullo Stato. Mi chiedo solo perché quelli che non rispettano le leggi, spesso, riescono ad avere attorno i loro cari molto più velocemente. Ma non m’importa: in tutti questi anni ho osservato le leggi italiane e amato i cittadini che mi hanno accolto e ospitato. E non rischierò certo adesso di mandare tutto a rotoli, i miei valori e la mia vita, per un’aggressione così. Se un egiziano spaccia, è giusto che venga cacciato: ma se è onesto, perché odiarlo? Ad esempio sono il primo che nel centro storico non metto più piede: non mi ci trovo, troppa delinquenza».
Marco Fagandini

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