La disoccupazione morde tutta l’Europa
Manifesto 3/6/09
EUROSTAT Senza lavoro record (9,2%) in zona euro e nella Ue a 27
Francesco Piccioni
La valanga è partita. Prevista, minimizzata dai filogovernativi, solo nominata – come un fastidioso effetto di realtà indesiderata, per cui non si hanno risposte adeguate – dall’opposizione parlamentare. Ma ora è qui, con le sue prime potenti frustate, mentre correndo a valle accumulerà via via altra massa.
E’ la disoccupazione. Finora si era discusso quasi accademicamente di crisi finanziaria che poteva «contagiare» la produzione. Adesso misuriamo la febbre. Lo fa l’Eurostat, che ieri ha diramato il suo allarmato report. Ad aprile, nell’eurozona (i 16 paesi della moneta unica) è arrivata al 9,2%, il livello più alto dal 1999. Soltanto un mese prima era all’8,9%, mentre un anno prima segnava il 7,3. Se le percentuali vi sembrano non clamorose, potete calcolare in persone: 3,1 milioni si sono trovati senza lavoro nel giro di 12 mesi, 396.000 solo ad aprile. Non va meglio nell’Europa politica (27 paesi), che pure fa segnare un 8,6% in crescita sia rispetto al mese precedente (8,4, ovvero 556.000 disoccupati in più) sia – soprattutto – rispetto all’aprile del 2008, quando il tasso era al 6,8. Anche qui i numeri dicono che oltre 4,6 milioni di persone in più sono a spasso.
A pagare il prezzo più alto sono i lavoratori uomini (dal 6,6 all’8,9% nell’eurozona in un anno), che hanno mediamente salari più alti, specie intorno ai 45-55 anni. Ma anche le donne – già meno occupate – perdono quota, pur se in misura minore (dall’8,9 al 9,4%). Il disastro assoluto riguarda i giovani sotto i 25 anni, che nel mese di aprile si sono ritrovati a passare da un tasso di disoccupazione del 18,5% a un 18,7. Ma soltanto un anno prima era appena al 14,7. Pare confermato che i contratti precari funzionino specie in questo segmento generazionale come «camera di compensazione» nella gestione del mercato del lavoro. Tutti dentro a quattro soldi e senza garanzie quando il mercato tira, tutti fuori quando c’è crisi.
Nell’Est, la stessa logica liberista che ne aveva fatto un esempio di dinamismo rispetto al «modello sociale europeo» di stampo socialdemocratico-bismarckiano sta distruggendo ogni equilibrio sociale. In Lituania, in un anno, la disoccupazione è salita da un modestissimo 4,3 a un mostruoso 16,8%. Stesso discorso per i «paesi fratelli» del Baltico: la Lettonia è passata dal 6,1 al 17,4, mentre l’Estonia va dal 3,7 al 13,9%.
In leggerissima controtendenza la Spagna, in cui si notano i primi effetti del piano di investimenti pubblici (8 miliardi) in infrastrutture: la disoccupazione è diminuita dello 0,68% (quasi 25.000 persone). Un attimo di fiato, per il paese in cui l’assegno per i senza lavoro è stato richiesto quest’anno dal 54% in più rispetto al 2008. Percentuali simili anche per Romania e Grecia, gli unici altri paesi che fanno registrare un’esilissima crescita occupazionale.
Nei dati Eurostat manca qualsiasi cenno all’Italia, che non ha presentato i dati aggiornati. L’ultimo dato ufficiale risale al quarto trimestre 2008. quando la disoccupazione era al 6,9%. Difficile fare proiezioni, ma Confindustria e Federmeccanica hanno presentato i loro report nelle scorse settimane. E parlano di un crollo della produzione industriale nei primi tre mesi dell’anno pari al 15%; che diventa drammatico per il settore metalmeccanico – che da solo rappresenta il 50% dell’export italiano – dove la produzione è scesa addirittura del 30%. Il crollo dell’occupazione, fin qui, è stato attenuato da un massiccio ricorso alla cassa integrazione (+1.400% in un anno, nella meccanica). Ma si tratta di un ammortizzatore sociale che ha comunque una scadenza temporale. A settembre le imprese faranno i loro conti. E anche per i lavoratori sarà il momento delle verifiche: su quale tipo di sindacato serve, quali obiettivi, quali forme di lotta.

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