Un pugno da dimissioni ma Bornacin non le darà
Secolo XIX 29/5/09
luigi leone
Dimissioni. Non ha altri modi, il senatore Pdl Giorgio Bornacin, per porre rimedio all’inqualificabile gesto che lo ha visto protagonista ieri a Genova, durante la visita del ministro della Difesa Ignazio La Russa. Per il contesto e la dinamica degli eventi, e considerando il fulmineo intervento della scorta e delle forze dell’ordine, non c’è giustificazione possibile al fatto che un parlamentare della Repubblica possa colpire con un pugno un individuo. Neppure se costui si è reso protagonista di un fatto egualmente inqualificabile e riprovevole come inveire e aggredire,o anche solo tentare di farlo, un ministro, cioè una fra le massime espressioni istituzionali. Oltretutto impegnato nell’esercizio democratico della campagna elettorale, il più sacro dopo quello del voto.
Una lezione di stile Bornacin l’ha ricevuta, nell’immediatezza dell’accaduto, dallo stesso La Russa, candidato alle europee nel collegio Nord-Ovest: «Spero che non arrestino quell’uomo. Prima voglio capire se è sano di testa e se lo è vorrei parlargli, farmi spiegare la motivazione di questo suo tentativo». Ha aggiunto, il titolare della Difesa, che l’intervento fisico del senatore «è stato inutile» e ha metaforicamente affondato il colpo proprio quando, invece, è sembrato minimizzare: «Diciamo che ha voluto dimostrare di essere un baldo giovane. Gli crediamo sulla parola». Ma in questo «gli crediamo sulla parola» ci sono imbarazzo, una bacchettata e l’invito a rispettare il ruolo di esponente del Parlamento.
Fra il pugno di Bornacin e le parole di La Russa c’è la distanza siderale che può separare l’approdo del percorso, almeno all’apparenza comune, compiuto partendo dal Movimento sociale italiano – erede democraticamente dichiarato del fascismo. Una “traversata del deserto” che nello specifico ha condotto entrambi nel Pdl, dopo un cammino difficile, che certamente ha pure prodotto conflitti interiori, e nobile come ogni evoluzione che impone di fare i conti con la storia e con il proprio vissuto.
E’ in forza di ciò, e del sentimento manifestato dalle parole del ministro, che tutti i La Russa di questo Paese rivendicano la credibilità per chiedere che gli stessi conti li faccia analogamente chi stava sulla barricata opposta, quella comunista. Il pugno di Bornacin, dunque, offende il Parlamento, offende i La Russa e offende la nobiltà del recente passato di una destra che arricchisce il panorama politico italiano, allineatosi alle grandi democrazie proprio per aver superato la conventio ad excludendum che rendeva monca la nostra democrazia.
Sono quindi molte e buone le ragioni per cui Bornacin non ha alternative alle dimissioni. Meglio: non avrebbe alternative. Invece, è improbabile che le rassegni spontaneamente e altrettanto improbabile è che la richiesta di rinunciare al suo scranno gli venga da Renato Schifani, presidente dell’aula parlamentare che ospita Bornacin, o da Gianfranco Fini, che per quanto a capo della Camera rimane pur sempre il leader di An (partito del senatore ligure prima della confluenza nel Pdl), o da Silvio Berlusconi, primo ministro e indiscusso “re sole” del Pdl.
Siccome anche quando dà il peggio di sé la politica italiana ha capacità autoassolutorie degne di miglior causa, finirà che Bornacin resterà dov’è. Come i tanti che avrebbero dovuto precederlo per altre poco commendevoli performance. Resterà, cioè, nel posto datogli in “affitto elettorale” dai partiti, grazie a una legge “porcata” che espropria gli italiani della facoltà di scegliersi i rappresentanti. Almeno, però, si senta addosso l’indignazione di chi non può accettare che un senatore della Repubblica si metta impunemente a tirare pugni.
leone@ilsecoloxix.it

HOME | MAPPA DEL SITO | CONTATTI | ISCRIVITI |
TUTTI I CONTENUTI DEL SITO SONO DISTRIBUITI SOTTO LICENZA CREATIVE COMMONS | CREDITI