«Processate a Genova la polizia parallela»
Secolo XIX 29/5/09
inchiesta lunga cinque anni
Spionaggi e file rubati al ministero, chiesto il giudizio per i membri del Dssa. Si definivano la “Nuova Gladio”
GENOVA. Cinque anni dopo, non si è ancora capito bene se erano in tutto e per tutto «pataccari», come li definì il ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu quando scattò il primo blitz della Digos, o potevano davvero essere pericolosi. Per questo il sostituto procuratore Francesca Nanni, alla fine, ha chiesto di processarli.
Rischiano di finire alla sbarra nelle prossime settimane i 21 componenti del Dssa (Dipartimento studi strategici antiterrorismo) creatori d’una strana polizia parallela che si definì”Nuova Gladio”. Alla fine sono risultati piuttosto una banda di nostalgici e millantatori, ma oggettivamente capaci di ottenere svariati crediti nelle istituzioni e di accedere a database riservatissimi. «I componenti dell’organizzazione – scrive infatti il pubblico ministero – hanno programmato e svolto in varie città italiane, di propria iniziativa e quindi abusivamente e arbitrariamente, attività corrispondenti a funzioni proprie di organi di polizia e di sicurezza». L’accusa è di associazione a delinquere finalizzata all’usurpazione di titolo oltre, in vari casi, l’illecito uso d’informazioni riservate tratte dalle banche dati del Viminale.
Il desiderio degli affiliati era imbastire un artigianale controspionaggio a pagamento, contando sulle soffiate di poliziotti, carabinieri, guardie penitenziarie e finanzieri iscritti al gruppo capeggiato da Gaetano Saya, 51 anni e Riccardo Sindoca, 49 (entrambi, nel 2004, finirono agli arresti): il primo un neofascista dal passato nebuloso, il secondo esperto di security.
L’inchiesta è stata coordinata dalla Procura del capoluogo ligure poiché nata dalle intercettazioni condotte per far luce sulla morte di Fabrizio Quattrocchi e l’arruolamento dei contractor italiani in Iraq: il collegamento fra i due procedimenti era rappresentato dall’ex parà genovese Luigi Valle, la cui posizione è stata archiviata.
Fra i personaggi che vanno verso il processo (il giudice per le indagini preliminari Ferdinando Baldini si pronuncerà a metà luglio) ci sono nel dettaglio commissari e assistenti di polizia, marescialli in servizio o in quiescenza come Giovanni Vergottini (amico Di Marco Mancini, ex numero due del Sismi), guardie giurate, agenti della Penitenziaria, vigili urbani. Nel caso degli appartenenti alle forze dell’ordine un eventuale rinvio a giudizio – anche se i tempi della prescrizione si avvicineranno e alcuni reati sono coperti dall’indulto – potrebbe pesare parecchio sulla permanenza nel Corpo (quello vero). E fra coloro che potrebbero a breve trasformarsi in imputati c’è pure una vecchia conoscenze della cronaca come Elio Colini: era un superteste che si rivelò poi inattendibile per la strage di Bologna, lo stesso che raccontò d’un piano per uccidere Silvio Berlusconi.
Il Dssa, secondo gli investigatori, cercava finanziamenti ovunque (ci erano quasi riusciti con l’Ue e il Vaticano) e intendeva «controllare l’accesso dei terroristi alle risorse finanziarie». I suoi membri hanno così effettuato sopralluoghi, accertamenti e pedinamenti illegali, e soprattutto hanno diffuso informazioni allarmistiche alla stampa, paventando fra il 2003 e il 2004 un attentato imminente all’aeroporto di Linate o «in una discoteca nel biellese».
Oltre a Saya e Sindoca, gli inquirenti individuano quale “mente” del gruppo Gilberto Di Benedetto, 48 anni, psicologo e fisioterapista di Roma. È accusato «di essersi impegnato a organizzare il Dipartimento e ad accreditarlo presso istituzioni nazionali, sovranazionali ed estere (quali appunto l’Unione europea, la Nato, la Cia, lo Stato di Israele, lo Stato Pontificio) al fine di ottenere sovvenzioni economiche ovvero incarichi di protezione di soggetti a rischio anche all’estero».
Inutile dire che Saya – incastrato da una sequenza interminabile di telefonate lunari e assurde, puntualmente intercettate fino al 2004 dalla Digos – non ha risparmiato i suoi variopinti commenti (quasi tutti irripetibili) alla richiesta di rinvio a giudizio: «I termini dell’indagine sono abbondantemente scaduti, denunceremo i magistrati».
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