Il razzismo, brutta storia
Manifesto 27/5/09
Carlo Feltrinelli
Il razzismo è una brutta storia. Certamente lo è. Questa campagna e questo piccolo libro prezioso sono una testimonianza e una forma di attenzione a quella «storia». Primo, per far sapere che c’è, secondo perché le apparteniamo, volenti o nolenti.
Nessuna professione negativa («io non sono razzista») ci mette al riparo dagli spostamenti progressivi del costume, dal filtrare della cultura del sospetto e della paura. Il nostro razzismo, quello italiano, è appena cominciato, e non è così scontato riconoscerlo nelle sue manifestazioni più becere, che aprono immediatamente all’indignazione. CONTINUA|PAGINA16 Ci sono forme di antipatia, di chiusura, di ostilità, c’è un veleno quotidiano, una aggressività indiretta che si insinua, insieme alla paura, dentro la diurna fabbrica delle opinioni condivise e la notturna creazione di fantasmi modificando il tessuto culturale degli italiani. È questa la sede delle “brutte storie”, perché opinioni e fantasmi finiscono per semplificare la complessità del fenomeno migratorio di centinaia di migliaia di persone e del cambiamento che inevitabilmente produce. La diversità viene letta come criminalità. E viceversa. Facile. Brutta storia. Quando invece siamo di fronte a persone. E a un cambiamento possibile. Da una ventina d’anni stiamo assistendo, giorno per giorno, a una trasformazione culturale di cui è difficile prendere atto, ed è ancor più difficile presumerne gli sviluppi. Quello che sappiamo è che un nuovo popolo impara i gesti che sono stati dell’Italia povera del dopoguerra, entra in case estranee a prendersi cura di quanto di più intimo esista (la relazione parentale, la malattia del corpo, il degrado della mente, la morte), occupa nella città e nella provincia i luoghi oscuri, sopravvive ai margini della legalità. Ma la brutta storia rischia di non finire anche quando le garanzie della legge ci sono, anche quando la diversità, almeno formalmente, ha le carte in regola. È così che si compromette la concretezza di un cambiamento già avvenuto, di una risorsa nuova.
L’immigrazione è tollerabile fin dove somiglia al modello schiavista. Lì la diversità è chiara, fa meno paura: esige solo modalità di controllo, polizia. Quale che sia l’etnia, paghiamo, tolleriamo, rispettiamo, talora addirittura amiamo gli immigrati-forza lavoro. Ma quanto possono “diventare” italiani? E soprattutto, quanto possono diventarlo i loro bambini? E anche per questi bambini è pensato il nuovo progetto ragazzi che le Librerie Feltrinelli stanno realizzando con Reggio Children, il Centro internazionale per la difesa e la promozione dei diritti e delle potenzialità dei bambini nato dall’esperienza delle istituzioni per l’infanzia del comune di Reggio Emilia, punto di riferimento internazionale destinato a diffondere un’idea forte dell’infanzia e delle sue risorse ancora troppo spesso misconosciute ed eluse. Il libro di Giuseppe Caliceti, «Italiani», per esempio, testimonia una convivenza complessa ma non compromessa, conflittuale ma non traumatica, tanto più significativa in quanto percepita attraverso le impressioni, le riflessioni, i sentimenti dei giovanissimi alunni delle scuole elementari di Reggio Emilia, dove il maestro Giuseppe Caliceti insegna. I bambini ci guardano, possiamo nuovamente ripe

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