Lo scandalo delle carceri a Milano: San Vittore al collasso, a Bollate celle vuote

Nella casa circondariale due reparti chiusi in attesa di ristrutturazione
Lo scandalo delle carceri: San Vittore al collasso, a Bollate celle vuote
Il nuovo padiglione da 350 posti e 10 milioni di euro è inagibile: mancano agenti. Inaugurato a novembre

MILANO – Nel carcere di San Vittore due reparti sono chiusi. Devo­no essere ristrutturati, non arri­vano i finanziamenti, rimarran­no chiusi a lungo. A causa della chiusura dei due reparti, la ca­pienza regolare si è abbassata a 700 unità. A San Vittore vivono in media 1.450 detenuti. Nel carcere di Bollate, da mezzo an­no è pronto un padiglione da 350 posti con due sezioni da tre piani ciascuna. Mancano gli agenti. Il ministero ne ha raccol­ti una ventina e li ha spediti a Bollate. Restano pochi, gli agen­ti. Consentono l’operatività di appena i due primi piani. E «a breve», sostengono i sin­dacati della polizia penitenzia­ria, «chiuderanno pure quelli, poiché le guardie saranno desti­nate ad altri istituti». Oppure decideranno di tornare nel na­tio e meno costoso sud.

Il padi­glione di Bollate è costato oltre 10 milioni. È stato creato per ospitare due categorie (da prele­vare all’inizio da San Vittore, per «alleggerirlo»): i collabora­tori di giustizia, e poi stupratori e pedofili, che devono starsene in reparti tutti per loro. La con­vivenza con altri detenuti può essere piena di vendette, ritor­sioni, punizioni, e altre cose peggiori. Bollate è un istituto modello: giovane (ha nove an­ni), fuori città, fabbrica proget­ti culturali, percorsi artistici, tornei sportivi per i detenuti. A volte, qualche vita perduta tor­na a germogliare. Sui motivi della riuscita del modello Bollate, ci sono le intui­zioni del provveditore regiona­le alle carceri lombarde Luigi Pagano e la odierna guida della direttrice Lucia Castellano. Il padiglione è sul retro della struttura. Ha una forma a elle. Si scorge percorrendo la strada che porta alla zona industriale di Bollate. C’è una prostituta, giovane, con gli occhi chiari, se­duta su una sedia a bordo stra­da. Di fronte a lei, una strada di terra che sale fino a costeggiare la bretella autostradale. La stra­da non ha ingresso, ed è incu­stodita; oltre la bretella si alza­no, massicci, i muri del carcere.

Ora, che l’emergenza del pia­neta-carcere abbia toccato an­che Bollate suona strano. Paga­no è un cultore del mattone do­po mattone. Dice: «I problemi? Ci sono, certo. Ma siamo abitua­ti a lavorare per risolverli». Ma quando diventerà com­pletamente operativo il padi­glione di Bollate? Quando il Go­verno troverà una soluzione? Mesi fa, le organizzazioni sinda­cali avevano scritto al ministro della Giustizia Angelino Alfano: «L’annunciata apertura del nuo­vo padiglione sembra essere su­bordinata all’invio in missione di personale extraregione. Il ri­schio concreto che avvertiamo è che quel personale non arri­vi ». La scorsa settimana, il Gover­no ha annunciato la possibilità, per combattere il sovraffolla­mento, di «carceri galleggian­ti», enormi cittadelle-chiatte al largo di città portuali.

Il com­mento di Leo Beneduci, a capo del sindacato Osapp, sindacato molto tosto: «Siamo in mare di guai». Dal primo giorno di vita del­­l’istituto, don Angelo Sfondri­ni, 65 anni, originario della vici­na Rho, è il cappellano. Dal suo osservatorio privilegiato, vede l’incremento «tremendo» di de­tenuti con problemi di droga: «Tra chi la spaccia e chi la usa, sono un terzo del totale. Tanti. Cocaina? No. Anche eroina». Qualche guardia in servizio a San Vittore, e abbiamo ascolta­to persone per niente drastiche e tendenti al pessimismo più to­tale, confida di aver paura: «Stiamo precipitando». Pagano chiude con un ringra­ziamento. A chi? «Agli agenti. Davvero. Sono sincero. Senza di loro, a Bollate, non saremmo riusciti ad aprire nemmeno quei due piani del padiglione».

Andrea Galli
20 maggio 2009

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