Bimbi in carcere, nursery e sala giochi nella cella accanto

Interventi negli istituti di Pontedecimo e di Chiavari, dove la Provincia ha realizzato anche uno spazio verde

Il Secolo XIX, di Donata Bonometti

LANURSERY è una cella, lo spazio giochi è un’altra cella, la saletta sociale è una terza cella. Il parlatorio è una
specie di acquario con tre postazioni di sicurezza, con telecamere, uno specchio unidirezionale, sette tavolini
uno addosso all’altro. Mamma va da papà in carcere portando il bambino in braccio o attaccato alle gambe: che
piange o vede piangere, che vorrebbe uscire, ma uscire vuol dire perdere la presenza di quel genitore in una condizione strana, dolente. Che muove emozioni forti. Quel genitore che scompare dietro il clangore di una
porta massiccia. Di questi tempi incui la primavera non ha paura di spargere fioriture anche nei fazzoletti di verde
del carcere, nella casa circondariale di Chiavari dovemesi fa si è conclusa la ristrutturazione di uno spazio interno
che era rovi e discarica, i bambini figli di detenuti non si incontrano più nei parlatori ma in questo nuovo giardino.
Che ha una fontana con i pesci e qualche gioco per i più piccoli. Non è l’Eden ma è cielo, acqua ed erba. Che
assorbono l’emozione di incontri e congedi,attutiscono traumi. Nonsolo.
Questa piccola ma importante iniziativa, fa il paio con un servizio di consulenza psicologica che è in atto a Chiavari,
ottantauomini reclusi,e a Pontedecimo, 70 donne e 80 uomini detenuti, per sostenere la genitorialità.
La Provincia di Genova, che ha finanziato anche l’area verde di Chiavari, ha fatto proprio questo progetto
di consulenza per genitori, in sinergia e in totale accordo con le direzioni delle carceri. Ci crede molto Milò Bertolotto, l’assessore che recentemente ha visitato aMilano la struttura Icam, una sezione di custodia attenuata per
madri detenute, tra stanze senza sbarre e arredi carichi di colori. Intimità, se pur sorvegliata. Vorrebbe, come Provincia, organizzare uno spazio così ma d’altro canto il carcere è proprietà del Ministero, ci devono essere
accordi. Aggiunge l’assessore Bertolotto. «Esiste una legge, la 40 del  2001  “Misure Alternative alla detenzione
a tutela del rapporto tra detenute e figliminori”, ma il numero che ne usufruisce è davvero esiguo. Questo
accade per motivazioni legate alle singole posizioni giuridich ema anche motivazioni legislative generali. Sono
infatti escluse le donne in attesa di giudizio, le donne senza fissa dimora, le donne condannate per reati legati
alle droghe per le quali è più alta la possibilità di reiterazioni del reato»
In Liguria la cella è l’unico spazio praticabile per quel rapporto madre figlio chenei primi anni dà l’impronta al resto della vita. A Pontedecimo i bambini che rimangono in cella con le mamme, attualmente sono tre e nel recente passato ci sono stati anche due fratellini. Familiarizzano con le divise delle guardie carcerarie, vanno all’asilo ogni mattina con un educatoredelComune. Lostesso che li porta al parco giochi di Bolzaneto. Questi piccoli entrano ed escono dalla normalità alla straordinarietà, vagolando in uno stato di patologica confusione.
D’altro canto la loro presenza crea, dicono gli operatori del carcere, una sorta di atmosfera rarefatta che fa bene al cuore di tutti. Quando si spalanca per questi bambini il portone del carcere, quando raggiungono l’età del distacco, cioè i tre anni, ecco che lo strazio segna punte quasi insostenibili «Prepariamo le mamme alla separazione, ma
quel momento resta sempre tremendo. E ‘il non sapere quel che capita ai loro bimbi che le riduce in prostrazione.
Nella migliore delle ipotesi i bimbi finiscono in una comunità, altri vanno in adozione, se la gravità del
reato porta a questa decisione. Le straniere temono la lontananza, il mare che le separa» così racconta Chiara
Bellini psicologa e psicoterapeuta cui la Provincia di Genova e l’assessore Milò Bertolotto ha affidato questo
progettodialtaciviltàcheèilsostegno ai genitori detenuti. Continua «Si tratta di donne che hanno sovente
problemi con la giustizia, almeno quelle che io ho avvicinato, per amore degli uomini,magari deprivate culturalmente e con una forte dipendenza dall’uomo». Amore criminale, come recita una attuale trasmissione tivù
sul tema, piuttosto seguita. Nelle carceri lavorano già psicologi e operatori del sociale, (numeri esigui a Marassi si parla di 4 educatori per 700 detenuti), questa è una iniziativa in più puntata sull genitore recluso.
«”Ma io non ci credo che tu sei qui a lavorare… è una delle frasi ricorrenti dei bambini al padre o alla madre che
sconta la pena. Insegnamo a dire al proprio figlio: sono qui perché ho sbagliato…. Dopo un primo rabbioso
sconforto il rapporto riprende quota». E ancora la psicologa: «Passano mesi prima che possano incontrare i figli. I
detenuti ritengono a volte di non informarli, quindi di non vederli, sperando che una volta scarcerati sia un
capitolo chiuso per tutti. Ma per i bambini, che da un giorno all’altro non vedono più il padre o la madre, è
una condizione di abbandono terribile ». Milò Bertolotto racconta di un detenuto «che mi ha personalmente
detto.”Non voglio che mio figlio venga a Marassi nell’ora dei colloqui perché oltre ad essere imprigionato il corpo lo
sono anche isentimenti”.Moltid il oro sono stati figli di detenuti, quindi conoscono l’opprimente desiderio di un
genitore incarcerato e dall’altra ricordano il proprio dolore di bambino che ha visto sparire il padre o lamadre per
poi ritrovarlo dietro un vetro…». Ancora, infinale, la psicoterapeuta riferisce le parole di una donna del Ghana,
che ha perso i contatti con la sua prole. «Faccio finta di non aver avuto mai bambini. Se nomuoio»
DONATABONOMETTI
bonometti@ilsecoloxix.it

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