«Aborto nel carcere a luci rosse»

«Aborto nel carcere a luci rosse»
Il Secolo XIX – 21 maggio 2009
| Graziano Cetara e Matteo Indice

Le porte del carcere si sono aperte almeno una volta per consentire a una detenuta di uscire. Ma non era libertà quel trasferimento di qualche ora in ospedale (in una clinica oppure nel laboratorio di un medico compiacente) nel cuore della notte. Era la conseguenza di una scelta, obbligata dalle circostanze, di porre fine a una gravidanza non voluta, frutto dell’incontro proibito tra una donna agli arresti e una guardia penitenziaria.

C’è anche un aborto tra gli episodi al centro dell’inchiesta della Procura di Genova sul carcere di Pontedecimo, sui presunti favori sessuali pretesi dalle detenute in cambio di agi e più libertà. L’ipotesi di reato formalizzata dal procuratore capo Francesco Lalla è pesantissima: concussione, dove il prezzo del presunto ricatto imposto dagli agenti, in questo caso, era il sesso. Sarebbero già quattro le persone iscritte nel registro degli indagati (fra loro il poliziotto coinvolto nell’aborto), al termine d’una prima fase di inchiesta condotta dalla sezione giudiziaria della polizia di Stato.

Otto gli appartenenti alla Penitenziaria ascoltati in questi ultimi giorni come persone informate sui fatti. E con loro sono state interrogate almeno tre detenute ed ex detenute. Una è stata fatta arrivare, sotto scorta, dal carcere di Napoli dove si trova attualmente. Le altre due si trovano tuttora a Pontedecimo. Le loro “confessioni”, sulle quali il segreto è assoluto, si aggiungono a quelle della donna di origine marocchina i cui racconti hanno dato impulso all’inchiesta che, ora, è arrivata a una svolta e potrebbe registrare entro poche settimane sviluppi a dir poco imbarazzanti. «È vero, ho fatto sesso con persone che lavorano nel carcere in cambio di favori».

Sono stati tre i colloqui nei quali Z.E., 28 anni, oggi reclusa a Monza, aveva alzato il sipario sul presunto scandalo che da quasi un mese fa tremare l’istituto di pena. Accuse sorrette in parte dal sequestro d’un cellulare (quello che era in uso alla giovane quando usciva per raggiungere il posto di lavoro) e dalle dichiarazioni di un altro detenuto, sulla cui (completa) attendibilità si gioca buona parte degli accertamenti. Sebbene adesso gli addebiti siano stati in qualche modo corroborati da nuovi verbali.

I commenti sono chiusi.