Una lettera da Torino, e la risposta di un redattore di Carta, sulle contestazioni al G8 dell’università.
Una «sceneggiata inutile»? Una lettera e una risposta
[20 Maggio 2009]
Una lettera da Torino, e la risposta di un redattore di Carta, sulle contestazioni al G8 dell’università. Si tratta di una discussione aperta, che riguarda sia i prossimi passaggi del movimento dell’Onda e che le forme della contestazione al G8 dell’Aquila. Mandate i vostri contributi a carta@carta.org.
Cara Carta,
gli articoli, i resoconti dalla piazza, gli editoriali del 20 maggio erano già scritti da tempo, pronti nei cassetti delle redazioni delle varie testate, dettati dalle minute della questura. Il solito bollettino: la dimensione e la portata di una manifestazione misurata nel numero di contusi. Esauriti da tempo anche i posti in prima fila per godersi lo spettacolo. Il problema non sono tanto i giornali, le televisioni: conosciamo la loro natura, le dinamiche e le logiche che ne determinano le linee editoriali. Non meno nota è la propensione repressiva di uno Stato, quello italiano, e della sua polizia. Il vero fatto tragico è la disponibilità, da parte di frange del movimento, ad essere comparse di una sceneggiatura scritta per loro dal potere.
A Torino, il 19 maggio, il copione era già scritto; gli attori già selezionati da tempo. Non male, ad essere sinceri, la colonna sonora e la location.
Il potere, le istituzioni che lo rappresentano, hanno tracciato il percorso nel quale il desiderio della rivolta può, e deve, incamminarsi. Una sorta di binario, rigorosamente morto, che disegna una ritualità delle contestazioni.
Viene da sorridere nel rilevare la falsa l’indignazione da «eterni innocenti» di alcuni, il piagnisteo di altri, l’ipocrisia ostentata dai molti. Tutto prosegue nel plauso generale senza interrogativi di sorta, paiono mute le menti, le coscienze rivoluzionarie che nella pratica del dubbio si sono formate.
Nessuno ha la pretesa di redimere coloro che al potere, ed alle sue logiche, sono supini. Battaglia persa, quest’ultima. Poco importa allora ribattere e contestare i fiumi di parole scritti per condannare le violenze di piazza, le poco lucide analisi del movimento, le letture paternalistiche degli editorialisti.
Quello che mi interessa è rivolgere un appello al movimento e a tutta l’intellighenzia che rivendica, in misura diversa, il senso e lo spirito del suo esistere. Quando vi accorgerete, ci accorgeremo, di essere in trappola? Quando capirete, e capiremo, che ci stiamo comportando esattamente come coloro che combattiamo desiderano? Quanto aspettate, aspettiamo, a ribellarci a questo gioco? Ad uscire da una storia già scritta?
Provo rabbia, impotenza, nel vedere compagni e compagne che con me hanno scelto di non rimanere indifferenti schiantarsi contro un muro costruito ad hoc. E’ arrivato il momento di espellere dalla retorica della ribellione l’equazione radicalità uguale numero di scontri in piazza. Non sarà dalla quantità di poliziotti feriti, dall’entità dei danni che arrecheremo nelle varie città il vero valore della nostra lotta. La sfida reale si gioca su un piano sicuramente più complesso e ambizioso per cui vale la pena spendersi: praticare o meno una concreta alterità, essere noi stessi l’alternativa. A monte un’analisi, un’elaborazione capace di disegnare l’uscita da un imbuto in cui la nostra civiltà si è infilata. Potremo per mesi, anni, decenni gridare nelle piazze che abbiamo ragione: non basterà.
L’uscire dal rituale è il vero atto rivoluzionario, l’inserire sabbia negli ingranaggi di un sistema che opprime i nostri desideri, sporca il nostro futuro. Dobbiamo avere il coraggio di praticare il vero atto di disobbedienza che scompagina le carte in tavola, coglie di sorpresa i manovratori, confonde la sceneggiatura. Rosa Parks in un giorno di dicembre del 1955 decise di rimanere seduta, quel posto su di un autobus divenne in quell’istante metafora del rifiuto all’oppressione e allo sfruttamento. Rosa Parks aveva con sé la forza di essere nel giusto, la consapevolezza che la verità era lì seduta con lei in quel seggiolino di pullman.
Oggi noi siamo consapevoli che la battaglia contro la privatizzazione dell’istruzione, la volontà di non pagare una crisi, l’urgenza di un’alternativa hanno la stessa potenza di quella verità. Mancano i gesti, le pratiche, le modalità capaci di dare dignità alla nostra rabbia.
Nel mio criticare l’utilizzo della violenza, nelle perplessità in merito ai metodi della contestazione, vi è la tipica amarezza nel vedere la grandezza delle nostre idee e dei nostri valori sminuita nella pochezza di una prassi stanca, incapace di comunicare. E’ datato il dibattito sulla relazione conflitto e consenso, su violenza e non violenza: oggi più che mai necessario. Il mio non è un intento strumentale, non vi è nessuna volontà di dividere tra buoni e cattivi. Nessuna è la voglia di giudicare e sentenziare dallo scranno di una presunta superiorità. Vi è invece, alla radice, l’insopportabile palesarsi di certe logiche, il ripetersi di alcune dinamiche che non possono più rimanere interrogativi rinchiusi nel privato. E’ impellente affrontare la questione nello spazio pubblico in un processo di catarsi essenziale al movimento. Voglio parlare soprattutto a quell’Onda anomala che senza la maturità che questo passaggio richiede rischia di perdere la propria anomalia. L’appello è però anche rivolto a tutti coloro che quotidianamente impegnano la propria vita, in “direzione ostinata e contraria”, nel costruire un’alternativa all’esistente.
L’uso della violenza, oltre che inutile, risulta essere funzionale al potere e alla sua forza repressiva nonché elemento centrale del rituale. La scelta della nonviolenza, nella sua visione più complessa e profonda, è quell’atto di disobbedienza che disorienta, è la faticosa presa di responsabilità di una radicalità che non concede passi indietro. Sono convinto che risieda nella coerenza tra mezzi e fini il vero spirito rivoluzionario.
Il sistema a cui ci opponiamo, i dis-valori che porta con sé, sono talmente entrati nelle coscienze, nelle menti di tutti e tutte noi che anche nel ribellarci ad esso ne ripetiamo le bruttezze. La nonviolenza, come dottrina, come visione del mondo, è il tentativo di rifiutare tutto ciò. Siamo a noi gli artefici delle nostre vite, sta a noi decidere come.
Andrea Aimar
Caro Andrea,
a me pare invece che il corteo di ieri sia andato bene. Si è scelta una forma di contestazione «protetta», come nel periodo che cuminò nella grande massa di persone di via Tolemaide a Genova.
In pochi si sono fatti male. I giornali se avessero un minimo di senso di respondabilità, dovrebbero smetterla di parlare di «guerriglia», come diceva ieri Marco Revelli a SkyTg24 e come scrive persino Lucia Annunziata sulla Stampa di oggi. Sopratutto qualcuno di noi dovrebbe smetterla di dargli retta.
Violenza e nonviolenza sono due termini che andrebbero esplorati meglio alla luce delle epocali trasformazioni di cui parliamo da anni. Per questo i vicentini No Dal Molin evitano di usare il termine «nonviolenza», per non farsi intrappolare in una contrapposzione binaria [quella sì, violentissima] in base alla quale chi non è d’paccordo con la «nonviolenza» evidentemente è un violento. Questa è una discussione aperta, che va avanti da qualche anno e che proprio per continuare dovrebbe evitare approdi ideologici e identitari. Non mi risulta che i nostri amici di Cochabamba, in Bolivia, abbiano usato tattiche gandhiane per far cadere il governo che voleva gettarli nelle spire del mercato, per dirne una. E’ un vecchio vizio terzomondista, quello di esaltare i conflitti quando sono lontani e di cercare di addomesticarli quanto più arrivano sotto casa. Ed è quantomeno rischioso fare il gioco di chi vorrebbe demonizzare il conflitto sociale e porre in termini discriminanti la questione, aperta e irrisolta per tutti, delle forme di lotta. Chi cade nella «trappola del potere»? Chi sceglie autonomamente un modo di stare in piazza o chi introietta categorie che è molto facile strumentalizzare nella cloaca mediatica dei talk show e delle interviste a Cossiga?
Biosgna dirlo una volta per tutte. I movimenti sociali, nelle loro componenti maggioritarie e più organizzate, non rischiano di andare incontro a una deriva «violenta». Non lo hanno fatto dopo piazza Alimonda, via Tolemaide la Diaz e Bolzaneto. Non lo hanno fatto neppure dopo lo stillicidio di aggressioni [e qualche omicidio] delle squadracce fasciste in giro per l’Italia. Siamo vaccinati alle provocazioni e alle derive da «servizio d’ordine».
Chiacchierando con la stragrande maggioranza degli studenti dell’Onda non si sente nessuna esaltazione feticistica dello scontro fine a se stesso. Quelli di UniRiot, i maggiori protagonisti della manifestazione di ieri contro il G8, fanno del loro tratto identitario l’«autoformazione» e l’autogestione dei saperi. È l’esatto contrario della violenza macho-style. In pochissimi, oltre tuttio, hanno pensato di importare sic et simpliciter i metodi incendiari «alla greca» qui in Italia. Ciò per una questione di opportunità politica e di differenze tra la situazione nei due paesi, e non per una presa di posizione «morale».
In questi medi l’Onda ha continuato a produrre iniziative e a costruire seminari, rifiutando l’organizzazione tradizionale del movimento. Del resto quell’altra bizzarria dei «partiti nonviolenti» s’è visto che fine ha fatto.
Insomma, l’Onda come tutti i movimenti reali cambi un po’ lo scenario. Per leggere uno scenario nuovo servono lenti nuove. Non ritengo produttivo macerarsi nella contrapposizione con altre componenti del movimento. Non è questa la ricchezza di uno spazio plurale. O no?
Giuliano Santoro

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