Giù le mani dal capo «Ho l’Italia con me»

VINCERE Silvio Berlusconi non accetta domande, sentenze o critiche. Va all’assalto dei giornalisti: «Vergognatevi». Dei giudici: «Scandalosi». E della minoranza: «Pericolosa». Annuncia un discorso in parlamento «quando avrò tempo». Sarà un comizio in piena campagna elettorale che adesso preoccupa l’opposizione: «Dovrebbe farsi processare, rinunciare all’immunità o dimettersi»

Andrea Fabozzi ROMA
ROMA
«Gli italiani sono con me, con me». Al 74,8% secondo l’ultimo sondaggio che giusto ieri ha sbattuto in faccia a chi voleva fargli una domanda. Noemi e adesso Mills: Silvio Berlusconi non risponde. E, annuncia, non si farà processare. Dice proprio così, ma non è Moro e non difende la Dc. Difende se stesso: «Non mi farò processare da questi giudici». Sono i giudici della decima sezione del tribunale di Milano presieduta da Nicoletta Gandus che Berlusconi ha tentato invano di ricusare. Quelli che hanno scritto nelle motivazioni della sentenza di condanna per corruzione dell’avvocato inglese David Mills (4 anni e sei mesi) che il corruttore fu Silvio Berlusconi. «Una sentenza scandalosa e contraria alla realtà» secondo il furioso presidente del Consiglio. Che ieri messo davanti ai giornalisti a L’Aquila è partito per un affondo finale contro tutto quello che sa di opposizione, stampa e tribunali in cima alla lista. L’affondo continuerà in parlamento. Berlusconi ha deciso che parlerà alla camera. Per dire «finalmente quanto penso da tempo di certa magistratura». Un comizio che si annuncia durissimo. A ridosso delle elezioni europee. «Ci andrò quando avrò tempo», fa sapere.
Messaggio alla stampa
Il presidente del Consiglio punta il dito contro i giornalisti. «Vergognatevi» scandisce nervoso. Ce l’ha con l’inviato di Repubblica, Gianluca Luzi, che gli ricorda le dieci domande senza risposta che quel giornale ha fatto sul caso Noemi. «Non rispondo – dice il primo ministro -, se Repubblica cambiasse atteggiamento potremmo trovare un accordo ma adesso non rispondo. Ho già detto che siete malati di invidia personale e odio politico. Lo riconfermo in pieno». E il cavaliere se la prende anche con l’inviata dell’Unità, Claudia Fusani, che chiede perché non si fa processare: «Non perdo tempo a risponderle. Me ne vado o se ne va lei. Questa cosa mi fa infuriare, è come se mi dicessero che non mi chiamo Silvio Berlusconi». Fuori dal controllo il presidente del Consiglio alza la voce: «Questo non è un attentato alla libertà di stampa. Cadete nel ridicolo quando dite che in Italia non c’è liberta e che il premier ha capacità di interferire sulla libera stampa. Volete Scherzare? All’esterno certe affermazioni vengono prese per vere. E questo fa male al paese, e a tutti gli italiani». Il premier furioso provoca la risposta del sindacato dei giornalisti: «Si scusi o cominceremo a pensare che le conferenze stampa si faranno senza stampa».
Avviso ai magistrati
«Quando il processo riprenderà ci sarà un’assoluzione assoluta. È un fatto indiscutibile che non c’è stato nessun versamento al signor Mills». A questo punto il premier fa uno sforzo di autocontrollo e prova a spiegare: «Durante il processo è stato individuato il tragitto dei soldi e sono state individuate le azioni che Mills ha fatto con quei soldi, il fisco inglese lo ha costretto a pagare le imposte, considerando quelle entrate come un compenso professionale. Se fosse stata una donazione Mills non avrebbe dovuto pagare nessuna imposta. Se non vi basta la presa di posizione di uno stato, allora non so». Ma le cose non stanno così. Berlusconi confonde la parcella da 4 miliardi e 700 milioni di lire ricevuta dallo studio di Mills con i 600 mila dollari pagati direttamente all’avvocato d’affari: soldi nascosti agli altri componenti dello studio che per i giudici sono una prova della corruzione. E il premier agita le acque anche sui giudici: la sua posizione è già sottratta al collegio presieduto dalla Gandus in forza del lodo Alfano. Se il processo dovesse riprendere contro di lui a giudicarlo sarebbero in ogni caso altre toghe. Questo nel caso la Corte costituzionale dichiarasse incostituzionale il lodo. E comunque il reato andrebbe prescritto. Il cavaliere non rischia altre condanne. Utilizzerà però le motivazioni della sentenza per alzare il polverone in parlamento. La decisione di ieri non è solo frutto della rabbia di un momento. Il cavaliere è convinto che lo scontro sulla giustizia accresce la sua popolarità. E già prepara il discorso – la sua verità sulla magistratura politicizzata – da sganciare alla camera nel momento di massimo ascolto elettorale. Lo farà «quando avrò tempo», affermazione che non piace al presidente della camera Fini invitato, insieme al più malleabile presidente del senato Schifani, dal senatore del Pd Zanda a reagire all’«insulto al parlamento». E Berlusconi in parlamento comincia a preoccupare le opposizioni. Se l’Udc Casini aveva addirittura applaudito alla scelta del premier considerandola «un gesto di responsabilità istituzionale», Massimo D’Alema dice di non capire perché il cavaliere abbia scelto il parlamento: «Doveva andare in tribunale per accettare di essere processato e chiarire le accuse che gli vengono rivolte. A questo punto sono preoccupato che la seduta alla camera diventi una gazzarra contro la magistratura».
Di Pietro e Pd protestano
Il segretario del Pd invita invece il premier ad andare in parlamento, ma per dire che rinuncia alla protezione del lodo Alfano. La sentenza, secondo Franceschini, «dimostra in modo purtroppo incontestabile il coinvolgimento del presidente del Consiglio e dimostra allo stesso modo che la legge Alfano è stata fatta apposta per sottrarlo al giudizio a cui sono sottoposti tutti gli italiani». Di Pietro, accusato dal cavaliere di essere un «soggetto pericoloso per la democrazia», replica definendo il primo ministro «xenofobo, piduista, fascista e adesso anche corruttore». Secondo il leader dell’Italia dei valori il presidente del Consiglio a questo punto deve dimettersi o rinunciare al privilegio del lodo Alfano. Altrimenti i dipietristi annunciano una procedura di impeachment contro il capo del governo che però nel sistema italiano non c’è.

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