Assalto al castello del G8
Manifesto 20/5/09
Guerriglia a Torino per la fine del summit dei rettori. I dimostranti cercano di forzare la zona rossa. 19 feriti tra le forze dell’ordine
Stefano Milani TORINO
TORINO
Occhi rossi, mani sul naso, il respiro che si fa singhiozzo. E lacrime, tante lacrime. La zona rossa che diventa bianca dal fumo denso lasciato dai lacrimogeni, lanciati a pioggia dalle forze dell’ordine. Così si presentava Torino ieri intorno alle 13:30. Siamo su corso Gulielmo Marconi, davanti c’è lo splendido castello del Valentino, sede della facoltà di architettura. All’interno i cosiddetti grandi della terra si apprestano a concludere il G8 delle università. Fuori migliaia di studenti a cercare di bloccarlo. In mezzo una quantità spropositata di poliziotti e carabinieri in assetto antisommossa (più un paio di elicotteri a controllare la città dall’alto), come a dire: di qui non si passa. Ma i ragazzi dell’Onda sono venuti da tutta Italia a manifestare il loro dissenso ai rettori del pianeta. Vogliono entrare. Vogliono fermare il vertice. «A tutti i costi».
Accade in un attimo. Il camioncino che poco prima aveva alternato musica a slogan della protesta si ferma. Dal megafono si cerca di infondere un po’ di tranquillità, l’aria comincia a farsi tesa. «Rimaniamo compatti, siamo venuti per dire a quei signori che non ci rappresentano». Ma per dirglielo bisogna entrare. E per entrare bisogna superare questa barriera umana di caschi blu, armata fino ai denti. Minuti di attesa, poi alcuni ragazzi si staccano dal corteo e avanzano. Si mettono davanti a tutti. Caschi in testa e sassi nelle mani provano a sfondare i blocchi. Le forze dell’ordine non se lo fanno ripetere due volte e cominciano a caricare. Uno, due, decine di lacrimogeni. Una sequenza impressionante che crea il panico. L’aria nelle anguste viuzze del quartiere attorno al Valentino diventa irrespirabile. Comincia un fuggi fuggi generale. Non tutti però arretrano. I più temerari, con mascherine e fazzoletti sulla bocca, rimangono a pochi centimetri dalla zona rossa. E arrivano, puntuali, le manganellate. I ragazzi provano a rispondere: ancora caschi, ma anche bastoni, bottiglie e tutto ciò che riescono a trovare a terra. Ma di fronte hanno un muro invalicabile e determinato a far rispettare gli ordini. E gli ordini, stavolta, non li dà un funzionario qualunque ma Spartaco Mortola, che ai tempi del G8 di Genova era a capo della Digos e partecipò all’assalto della Diaz.
Una garanzia di successo per dissolvere il dissenso studentesco che, dopo una quindicina di minuti di vero panico, volta le spalle a rettori e poliziotti e torna in corteo verso Palazzo Nuovo. Il bilancio della giornata dirà: 19 contusi, tutti delle forze dell’ordine, più due studenti fermati. Un epilogo annunciato e che fa comodo a molti. A chi ha gestito la piazza prima di tutto, e che durante i tre giorni del summit aveva lanciato ogni tipo di allarmismo. Ripreso da buona parte della stampa e televisione. Ieri mattina chi si fosse sintonizzato sui vari tg regionali o avesse sfogliato i giornali locali avrebbe visto e letto la stessa litania: torinesi non uscite di casa. Una strategia della tensione ben nota che però si è dissolta subito, appena il corteo ha cominciato a riversarsi su via Po. Con un’ora di ritardo rispetto al previsto. All’appello mancavano infatti i seicento studenti milanesi bloccati in stazione Centrale, alle prese con la solita burocrazia mista a mancanza di elasticità che contraddistingue, spesso, le ferrovie dello stato.
Alle 11:30 finalmente si parte «noi la crisi non la paghiamo» è lo slogan-manifesto del movimento che attraversa, a passo piuttosto sostenuto, il centro di Torino. Arrivano da Roma, Milano, Bologna, Napoli, Palermo, Padova, Venezia. Ci sono anche diversi studenti arrivati da mezza Europa: greci, spagnoli, tedeschi. Per di più giovanissimi, tante le matricole, molti alla loro prima «esperienza di piazza». Nessuna faccia strana, allegri, festanti. Incazzati certo (contro «un sistema universitario che ci nega il futuro»), ma tranquilli. Ma tant’è, al loro passaggio sono tante le saracinesche che vanno giù. Per paura? «No, ma l’hanno consigliato alla radio», ammette candidamente un barista di Corso Vittorio Emanuele II.
«L’Onda anomala vi travolge», si sente dagli altoparlanti. E l’Onda viaggia spedita nel vuoto di una città volutamente diventata fantasma. Nessun momento di tensione a parte qualche scritta sui muri e una dozzina di uova lanciate contro luoghi sensibili, ritenuti dai ragazzi «i veri responsabili della crisi», come banche e agenzie del lavoro. Poi l’entrata a San Salvario, Un’ultima curva e il castello del Valentino è all’orizzonte. E tutto quel che segue: le cariche, gli scontri, i feriti e i fermati. Che però non hanno minimamente toccato i Magnifici rettori della Terra. Rinchiusi nelle ovattate e lussuose stanze della dimora che è stata dei Savoia, non si sono accorti di nulla. Alla notizia cadono dalle nuvole. «Non ci siamo barricati, siamo aperti al dialogo con gli studenti», dirà qualche ora più tardi Francesco Profumo, rettore del Politecnico. Anche a lui il fumo dei lacrimogeni ha annebbiato per un attimo la vista.

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