«Gli immigrati stiano a casa loro, i Cie sono lager»
PARADOSSI Il premier difende i respingimenti: i centri italiani sono dei campi di concentramento
Matteo Bartocci
Prima li fa e impone agli immigrati di starci fino a sei mesi, poi li paragona a dei campi di concentramento in cui è meglio non entrare. Suona paradossale ma è la difesa letterale dei respingimenti in Libia da parte del presidente del consiglio. «È molto meglio esaminare nei luoghi di partenza se gli immigrati possano avere diritto di asilo. Altrimenti, non vorrei dirlo, ma questi campi di identificazione assomigliano molto a campi di concentramento». Non voleva dirlo ma invece l’ha fatto, in conferenza stampa all’Aquila con il presidente della Commissione europea Josè Manuel Durao Barroso. La contraddizione, se possibile, si infittisce ancora di più con la difesa della rendition collettiva a Gheddafi: «Da oggi in Libia – sostiene il premier – c’è un’agenzia Onu che esamina le richieste degli immigrati che intendono venire in Italia e toglie loro il disagio di essere inseriti in campi dove la loro libertà è limitata per poi magari essere rispediti nel loro paese d’origine». Poi aggiunge: «C’è da sottolineare che per noi l’ipotesi del respingimento ha come premessa l’aiuto che viene fornito a questi immigrati e negli ultimi giorni abbiamo osservato che i respingimenti funzionano come deterrenza alle partenze». Insomma, tra mezzi e fini (minuscolo), tra causa e conseguenza c’è qualche confusione tuttavia non si intravede, sul tema, nessun ripensamento.
Resta il fatto che l’Italia è isolata come non mai. L’agenzia Onu per i rifugiati aveva già precisato in mattinata, tramite la portavoce Laura Boldrini, che «l’Onu in Libia ha un ufficio con due rappresentanti internazionali», una presenza «non ufficiale», visto che la Libia «non ci riconosce». Per questo, insiste Boldrini, «abbiamo accesso solo a quattro-cinque centri per migranti vicino Tripoli, non a tutti. Questo inficia la nostra capacità di raggiungere tutte le persone che hanno bisogno di protezione». Inoltre, conclude, «La Libia non ha una legge sull’asilo, non ha firmato la convenzione Onu e non ha un sistema che regola la gestione dei rifugiati». Anche il Vaticano, dopo la Cei, è pronto a farsi sentire. La santa sede presto pubblicherà un suo documento ufficiale sull’argomento. Già ieri Agostino Marchetto, nuovo segretario del Pontificio consiglio per i migranti, ha pronunciato parole chiare: «Politiche d’immigrazione più severe e maggiori controlli alle frontiere sono un approccio ristretto e insufficiente per contrastare il traffico di esseri umani». Ma anche il Vaticano, in questo caso, pare contare come il due di picche.

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