Per gli immigrati l’Onu conta più di un fico secco
Secolo XIX 19/5/09
Lorenzo Gianotti
Nell’ambiente della diplomazia è uso ricorrere a espressioni felpate, a metafore magari opache per evitare che il suono della parole possano avvicinarsi a clangori guerrieri, senza per questo venir meno, quando occorra, alla nettezza delle posizioni. Si dice che un buon diplomatico (come una vera signora) quando dice «no» vuol dire «forse», quando dice «forse» intende dire «sì», se dice «sì» non è davvero un buon diplomatico. È l’esatto contrario del linguaggio da caserma.
È vero che, essendo ministro della Difesa, Ignazio La Russa avrebbe qualche titolo per far ricorso al linguaggio da caserma, ma gli eserciti moderni, composti spesso da specialisti attrezzati all’uso di raffinate tecnologie, anche nel lessico sembrano essersi evoluti. C’è da aggiungere che, nel caso delle Nazioni Unite, il perimetro esorbita ampiamente dai campi di Marte e quindi nei giudizi che riguardano il Palazzo di vetro di New York il linguaggio diplomatico dovrebbe soccorrere la loquela degli uomini di governo.
È imbarazzante che il ministro abbia diretto i suoi ruvidi strali contro la portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), Laura Boldrini, che ha la doppia sfortuna di essere italiana e di portare un cognome inviso a La Russa perchéè stato anche quello di un noto comandante partigiano comunista. Ma dovrebbe sapere che la comunanza di cognomi non sempre corrisponde a identità di opinioni.
Veniamo però alla questione che sembra doversi ricavare dalle intemperanze di La Russa, il quale non ha finora ritirato la sostanza delle sue affermazioni. Sostenere che un organismo dell’Onu, quale l’Unhcr, «non conta un fico secco» denota innanzitutto l’ignoranza per l’opera che questo organismo svolge, talvolta in splendido isolamento (appena attenuato dall’attività di qualche Ong), in molte parti del mondo, dal Darfur al Sud-Est asiatico, a varie regioni dell’Africa nera insanguinate da guerre interminabili; certo tra limiti, errori (negli organismi internazionali le burocrazie hanno i difetti che possiamo riscontrare ovunque), ma anche per i condizionamenti esercitati dai governi.
La comunità internazionale ne può fare a meno?
In altri termini, dobbiamo chiedere che l’Onu non si occupi dei migranti che si muovono verso il territorio italiano e, per logica estensione, verso quello europeo? È evidente che una risposta affermativa avrebbe implicazioni molto ampie. I migranti che raggiungono le nostre coste sulle imbarcazioni degli scafisti provengono da decine di Paesi dell’Africa e dell’Asia; e la loro fuga da casa è determinata da conflitti etnici, da miseria, da carestie. Per fermare o, quanto meno, rallentare il flusso non basta dunque trasferire in Libia i centri di raccolta prima insediati da noi, ma richiede di intervenire sui punti di partenza, funzione che può essere esercitata solo dall’Onu.
Le rilevazioni statistiche ci dicono che solo il 20 per cento degli immigrati illegali raggiunge l’Italia attraversando il Mediterraneo, mentre l’80 per cento del totale arriva dall’Est, via terra: qualche volta da Paesi da poco aderenti all’Unione europea come la Romania (e qui è giusto rivolgerci a Bruxelles e sollecitarne il coordinamento), ma i caratteri somatici di altri viaggiatori rivelano che il luogo di partenza è assai più lontano.
Anche qui certo l’Ue ha un ruolo da svolgere, ma al di là dei confini comunitari ci sono le immense steppe della Russia e dell’Asia continentale, e dietro ancora l’Asia sudorientale, la regione dove si concentra oltre la metà della popolazione mondiale.
È opinione diffusa che la crisi globale in cui siamo immersi richieda una governance della stessa scala. Ormai è divenuto evidente che il G8 costituisce una compagine inadatta ad affrontare i problemi del mondo. Per questo, nel volgere di pochi mesi, sono state convocate, a Washington e a Londra, due riunioni del G20 dove ai Paesi fin qui più industrializzati si sono aggiunte le potenze emergenti che sono anche grandi potenze demografiche (Cina, India, Brasile). In queste sedi si sono affrontati problemi di ordine finanziario, commerciale, industriale; tuttavia, per quanto se ne sa, del “capitale” umano si è taciuto. Fino a quando? Per ora è l’Onu, con tutti i suoi difetti, il solo organismo che si occupa di migranti su scala globale. Non ce ne importa un fico?
C’è da augurarsi che almeno nell’agenda del G8, che si terrà prossimamente all’Aquila, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, abbia segnato il tema “migrazioni” con il pennarello rosso.

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