La società multietnica è una scelta di necessità
Secolo XIX 14/5/09
anna giacobbe
Vogliamo essere una società multietnica? Il presidente del Consiglio risponde di no, motivando così la pratica del “respingimenti”, che per altro è evidentemente in contrasto con una politica corretta di gestione dei flussi migratori e con il rispetto dei principi e delle regole internazionali. Ma più ancora che la risposta, è sbagliata la domanda.
“Abbiamo bisogno di essere una società multietnica”. È questo il tema. E per rispondere dobbiamo sapere che quella risposta fa la differenza tra una società nella quale si vive più a lungo, perché crescono le aspettative di vita, e una società che invecchia e che per questo inevitabilmente declina, diventa più povera e più chiusa. Tra pochi anni un ligure su tre avrà più di sessantacinque anni; già oggi sono più di uno su quattro. I progressi della scienza e il progresso sociale, frutto delle battaglie soprattutto del mondo del lavoro, hanno regalato anni alle nostre vite. Perché questi anni possano essere vissuti bene occorre che sia prodotta la ricchezza necessaria, che sia prodotta valorizzando e non distruggendo risorse naturali e risorse umane.
È necessario che oltre alle fasce di età più avanzata, anche le generazioni più giovani, quelle in età da lavoro, siano anch’esse “popolate”. È bello che nascano bambini e perché ciò accada è necessario che le giovani coppie, in particolare le donne, possano lavorare, sentirsi sicure del proprio avvenire perché hanno un reddito e una funzione sociale forte; il massimo storico della disoccupazione femminile, ha coinciso proprio in Liguria, con il dato minimo della natalità, e accade così in tutti i territori sviluppati.
Ma l’equilibrio tra generazioni giovani e popolazione anziana, che significa anche equilibrio tra chi versa i contributi previdenziali e chi percepisce una pensione, non sarà raggiungibile se non arriveranno qui persone che vengono da altri Paesi, che qui lavorano, costruiscono le loro famiglie, il loro futuro insieme al nostro.
Allora essere una società multietnica non vuole dire solo assolvere a un dovere, quello di accogliere le persone che fuggono da persecuzioni, guerre, miseria; non solo chi ha diritto a chiedere asilo deve poterlo esercitare, ma tutti devono poter avere un posto dove vivere e lavorare, in qualche parte del mondo se ciò non è possibile nel loro Paese; è un dovere che compete a comunità che hanno avuto opportunità di sviluppo è di crescita del benessere anche perché in altre parti del mondo accadeva esattamente il contrario.
Ma essere una società multietnica è necessario per poter garantire ancora proprio a questa parte del mondo uno sviluppo economico sociale, demografico equilibrato. D’altra parte basta guardarsi intorno per capire che già siamo in una società multietnica: un lavoratore su dieci è immigrato, chi assiste i nostri anziani proviene da un Paese straniero.
Non è facile entrate in questo ordine di idee: c’è una spinta a rifiutare il diverso, a chiudersi in sé, alimentata da campagne politiche irresponsabili che fanno leva su sentimenti di paura di tanti che si vedono minacciati da un mondo aperto, ma senza regole, dalla mancanza di sicurezza per l’avvenire, nel lavoro, nel reddito.
Proprio per questo le Istituzioni, con il concorso delle grandi organizzazioni della società civile, hanno il dovere di affrontare in modo corretto e aperto il bisogno di sicurezza e di indicare con chiarezza la via virtuosa di una “società di tutte le età” della quale fanno parte costitutiva, ineliminabile, anche “genti diverse, venute dall’est” e dal sud del mondo.
Anna Giacobbe è segretario generale della Cgil Liguria.

HOME | MAPPA DEL SITO | CONTATTI | ISCRIVITI |
TUTTI I CONTENUTI DEL SITO SONO DISTRIBUITI SOTTO LICENZA CREATIVE COMMONS | CREDITI