Dormitorio per disperati scoperto in pieno centro
Secolo XIX 14/5/09
il caso
Un locale minuscolo e maleodorante era la casa di alcuni senza tetto
UN DORMITORIO per extracomunitari in pieno centro della città, tra piazza Piccapietra e l’elegante Galleria Mazzini. Proprio alle spalle del Carlo Felice, dove lo scorso inverno fu trovato morto dal freddo il clochard Babu. Lo hanno scoperto casualmente gli agenti della polizia municipale: ieri intorno alle 10,15 quattro agenti hanno visto un uomo uscire da un angusto magazzino di via dei Cebà. Lo hanno subito fermato, trovando all’interno due brande e qualche vecchio abito sporco.
Il locale è di proprietà comunale ma è in gestione alla compagnia telefonica Fastweb; in passato più volte gli agenti avevano notato la serratura d’ingresso forzata: avevano sempre chiamato Fastweb che in tempi brevi si era occupata di far cambiare la porta, senza indagare troppo sulle cause delle ripetute intrusioni, anche perché nel locale non c’era nulla che si potesse rubare.
L’uomo, privo di documenti, ha dichiarato di essere marocchino. I vigili hanno chiamato una volante della polizia per accompagnarlo in questura, dove si è proceduti all’identificazione prendendogli le impronte digitali. Il maghrebino è sempre rimasto calmo e collaborativo. In tasca aveva solo una agenda e poco altro. Ha rivelato che, lui compreso, frequentavano quel dormitorio normalmente fra le due e le tre persone.
Disumane le condizioni di vita all’interno dell’alloggio di fortuna ricavato in una struttura eretta pochi anni fa su un’area nulla quale in passato erano stati ricavati alcuni posteggi: lo spazio poteva contenere appena due brande (in realtà due materassi trovati in chissà quale discarica sul quale erano appena appoggiate alcune coperte e un cuscino sporco), e poco altro. L’acre odore di orina si poteva sentire anche all’esterno. Dentro, un paio di vecchie scarpe mezze rotte e indumenti lerci, in gran parte contenuti in sacchetti di plastica o cartoni.
Il tavolo? Spartano: un grande cesto di plastica per contenere pitture e vernici; il coperchio era coperto da cicche di sigaretta, accanto alle quali c’era un accendino. Ma, immancabile anche in queste condizioni, un cavetto per ricaricare la batteria del cellulare, oltre a un paio di forbicine. Eppure gli extracomunitari erano riusciti ad “arredare” il piccolo spazio, probabilmente nel tentativo di umanizzarlo, con un vecchio mobiletto malconcio, dove poggiare qualche suppellettile. E ai piedi del mobile, per terra, una sveglia.
Accanto una sedia di ferro, qualche maglione spiegazzato e sciarpe per il freddo. Nella casa improvvisata c’era anche spazio per la religione: ad un muro era appeso un pezzo di cartone sul quale era stata scritta una preghiera in caratteri arabi. Vicino, più prosaicamente, c’era il poster di una modella.
Una vita disperata. Senza acqua. Con scarso cibo. In un ambiente minuscolo, maleodorante, frequentato da topi. Tutto a due passi dalle luccicanti vetrine di Galleria Mazzini. Poco prima delle 11, dopo una perquisizione di sicurezza, il maghrebino è stato allontanato dalla dimora che si era costruito e – in un certo senso – personalizzato. Prima per l’identificazione in questura, poi è tornato a raccogliere le sue povere cose: toccherà al personale di Amiu ripulire completamente e disinfettare il locale.
Infine la porta sarà nuovamente sigillata. In attesa che la disperazione non spinga qualche altra persona a forzare la serratura per trovare un posto dove ripararsi di notte.
Giuliano Gnecco

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