Come assistere e raccontare i rifugiati?
Manifesto 13/5/09
IMMIGRAZIONE
Anna Franzetti *
Questa sera Una Città, Naga e La Scheggia invitano presso La Scheggia (via Dolomiti, 11 ore 20,30 MM Turro) alla proiezione di «Come un uomo sulla terra», un film di Riccardo Biadene, Andrea Segre, Dagmawi Yimer. A seguire, Elena Parasiliti, direttore di Terre di Mezzo-Street Magazine e Italo Siena, referente Centro Naga-har per richiedenti asilo, rifugiati e vittime della tortura, discutono sul tema «Rifugiati: come assisterli, come raccontarli». Parliamo dell’incontro con Elena Parasiliti. Affronterete il tema dei rifugiati da un punto di vista di assistenza e di comunicazione. Cosa signifi ca «raccontare i rifugiati» e quali le maggiori diffi coltà? Raccontare i rifugiati significa raccontare persone che non hanno diritti e che vivono in una sorta di limbo e, spesso, nell’oscurità. La difficoltà maggiore che riscontriamo è quella di riuscire a rendere chiari a tutti l’iter, le difficoltà che devono affrontare richiedenti asilo e rifugiati in Italia, passaggi, dettagli fondamentali per capire la complessità del fenomeno e per dare una fotografia reale della situazione. Sempre a questo scopo credo che sia fondamentale fornire dati: quanti di noi sanno come si ottiene e in quali tempi, lo status di rifugiati l’Italia? Quanti sanno che nel 2008 il nostro paese ha ricevuto oltre 31.000 domande d’asilo, che ne sono state esaminate oltre 21.000 e che solo 10.000 sono state le domande ritenute fondate per l’ottenimento di una protezione internazionale? Quanti infine sanno che di queste 10.000 persone solo 2.556 hanno ricevuto un’accoglienza istituzionale? Tutto ciò non viene quasi mai raccontato dai media, noi, come Terre di Mezzo-Street magazine siamo fortunati perché possiamo parlarne liberamente, spesso il tema dei rifugiati alle redazioni sembra, invece, quasi «non spendibile» e, come, conseguenza le persone che fuggono da guerre e persecuzioni in cerca di protezione ««vengono nell’ombra e rimangono nell’ombra…». Credo che ciò sia preoccupante. Se da un punto di vista di assistenza ascoltare le storie individuali consente di recuperarne la dimensione umana spesso negata, da un punto di vista giornalistico concentrarsi su racconti individuali credi possa portare a non far emergere la dimensione politica della questione, mettendo così in secondo piano la rivendicazione dei diritti facendo emergenze solo bisogni? Si credo che sia così. Se ci si concentra solo sul problema del singolo, sulla storia individuale senza far riferimento ai dati, alla legislazione, al contesto si perde la dimensione politica, sociale del fenomeno e si perde il valore del singolo come elemento di una società. La dimensione del singolo deve aiutarti a dare corpo ai dati, alle statistiche e non creare dei «santini». La storia del singolo serve a fare breccia, ma è solo il primo tassello tra il rapporto fra giornalista, la notizia e il suo lettore altrimenti diventa «la vita in diretta» e non informazione completa e corretta.. * Naga

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