«Protesti? Allora non sei un rifugiato». La Questura minaccia i profughi africani

Manifesto 13/5/09

MILANO, CENTRO VIETATO AL CORTEO

Alessandro Braga
MILANO
Il messaggio politico, per nulla velato, vagamente mafioso, appare chiaro: già vi «malsopportiamo» nel nostro paese, almeno statevene buoni al vostro posto (quello che noi abbiamo scelto per voi). Della serie «zitti e a cuccia». Che sennò la nostra «accoglienza» ci mette poco a trasformarsi in repressione e vendetta.
Del resto, ieri lo ha detto anche Silvio Berlusconi: questi signori arrivano in Italia «pagando un biglietto». Non raccontino di essere «persone spinte da una loro speciale situazione all’interno di paesi dove sarebbero vittime di ingiustizie», ma semplicemente sono «reclutate dal mondo del lavoro o del non lavoro in maniera scientifica dalle organizzazioni criminali». Quindi i rifugiati di Milano non la facciano troppo lunga, che già hanno avuto la «fortuna» di non essere rispediti indietro mentre erano su una barca in mezzo al Mediterraneo, e la smettano di «starnazzare» in giro per le vie del centro cittadino chiedendo che vengano riconosciuti i loro diritti. Se proprio «devono» farlo, lo facciano in silenzio, in periferia, che mica si possono disturbare i commercianti milanesi.
Se gli ordini dall’alto, direttamente da palazzo Chigi e dal Viminale, sono questi, che altro poteva fare la «povera» questura di Milano se non obbedire? Nulla. E infatti si è data subito da fare. E due giorni fa si è mossa. In primo luogo notificando a quattro rappresentanti dei rifugiati politici del Corno d’Africa, che nelle scorse settimane sono scesi in piazza più volte per chiedere al governo di rispettare i loro diritti (prendendosi anche botte e manganellate dagli agenti di polizia), l’invito a presentarsi il 19 maggio a Roma davanti alla commissione nazionale per il diritto d’asilo e la comunicazione dell’avvio nei loro confronti del procedimento di revoca dello status di rifugiato politico. Probabilmente i solerti questurini hanno individuato nei quattro i leader della protesta. Così, con il ricatto dell’espulsione (magari in quegli stessi paesi da cui sono scappati, o in qualche campo profughi ai confini, dove già si trovano i familiari di qualcuno di loro) sperano di riuscire a «decapitare» la protesta.
Di più, la Questura di Milano ha cercato di «mettere il bavaglio» ai rifugiati anche in un altro modo. Negando loro il permesso di scendere in piazza oggi. O meglio, non permettendo di passare per le vie del centro. Perché in passato «sono stati scarsamente collaborativi con le forze dell’ordine» (forse dovevano mostrare meglio le loro teste mentre venivano manganellati), ma soprattutto perché le loro manifestazioni «hanno reso difficoltoso lo svolgimento di eventi nella settimana della fiera del mobile» e portato i commercianti a protestare, prospettando anche «contro iniziative». Se proprio questi rifugiati vogliono manifestare insomma, lo facciano pure, che siamo «democratici». Ma senza urlare e senza disturbare il commercio, che l’economia italiana deve rilanciarsi.

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