Respinto in Libia un altro barcone
Il Manifesto 11/5/09
LAMPEDUSA A bordo 49 donne e 2 neonati
Cinzia Gubbini
ROMA
È successo per la seconda volta nel giro di tre giorni. Ieri 162 immigrati, tra i quali 49 donne e due neonati, sono stati respinti verso la Libia. I profughi sono stati intercettati a 20 miglia a sud di Lampedusa, in acque internazionali. A intervenire è stata la nave della Marina militare italiana Spica. I militari, come fanno sempre e come è loro compito, hanno prestato soccorso. In un primo momento sono state trasferite a bordo ottanta persone. In seguito è stato fatto salire a bordo il resto del carico umano del barcone che cercava di raggiungere l’Italia. Sono stati effettuati i primi controlli medici, le persone sono state rifocillate. E poi il «pallino» della decisione è passato al ministero dell’Interno, come comanda la legge Bossi-Fini. E l’ordine è stato chiaro: virate verso sud. La Spica si è messa dunque in marcia verso la Libia, una traversata di diverse ore: l’arrivo è previsto in nottata. Ma, probabilmente, non sarà concesso a una nave militare – dunque da guerra – di entrare nelle acque libiche. Gli immigrati saranno presi in consegna dalle motovedette libiche una volta giunti al confine con le acque territoriali del paese nordafricano.
Per il resto, l’accordo Italia-Libia funziona benissimo. Anche se i pattugliamenti misti inizieranno ufficialmente soltanto il 14 maggio, la parte dell’accordo più importante per l’Italia – cioè più spendibile a fini politici – sta andando a gonfie vele. La Libia accetta di riprendere persone partite dai propri porti. Sta succedendo di continuo, ed è un fatto del tutto nuovo. E’ accaduto anche l’altro ieri, quando 77 persone a bordo di un barcone sono state «riaccompagnate» verso la Libia da un rimorchiatore italiano in servizio su una piattaforma Eni, su indicazione di ufficiali libici. In quel caso, però, la barca non era ancora uscita dalle acque libiche. Diversi, e unici nel loro genere, gli episodi avvenuti giovedì – a danno di 238 persone – e ieri pomeriggio. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni sostiene di essere nel giusto, anche da un punto di vista giuridico: «Chi viene intercettato nella acque territoriali verrà come sempre condotto a terra e identificato. Chi si trova in acque internazionali verrà invece rimandato indietro. Le critiche sono immotivate».
Ma le cose non stanno così. E continuano a ripeterlo le organizzazioni nazionali e internazionali che si occupano di immigrazione. «Ribadiamo che il divieto di respingimento non ha alcuna limitazione geografica: vale nelle acque internazionali, contigue e nazionali. E deve essere attuato da tutti gli ufficiali di stato nell’esercizio delle proprie funzioni», chiarisce la Portavoce dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni unite, Laura Boldrini. Quella che per il ministro Maroni, intervistato ieri dal Foglio «non èl’Onu, si presenta come portavoce dell’Unhcr ma è solo la responsabile italiana». Anche in questo caso il ministro interpreta le convenzioni a proprio modo, visto che Boldrini agisce in Italia a nome dell’Alto commissariato. E non ha dubbi sulla illegittimità di queste azioni in mare: «Va specificato – spiega – che nessun richiedente asilo dovrebbe essere rimandato in un paese che non garantisce una successiva espulsione verso il paese di origine di cui teme la persecuzione». E chi arriva dalla Libia è spesso un richiedente asilo. I dati parlano chiaro: il 75% delle persone giunte quest’anno hanno chiesto asilo e il 50% lo ha ottenuto. Le espulsioni in Libia verso i paesi subshariani sono all’ordine del giorno. Lancia l’allarme anche Cristopher Hein, direttore del Consiglio italiano dei rifugiati, presente anche in Libia: «Abbiamo chiesto fortemente che il respingimento di giovedì non diventasse una politica diffusa. Si tratta di un sistema che mette a repentaglio il sistema di asilo sia in Italia che in Europa. Chi viene imbarcato su una nave italiana si trova sotto la nostra giurisdizione e sotto la nostra responsabilità. Devono essere identificati e tutelati».
Il presidente del Cir, Savino Pezzotta, ha scritto una lettera al ministro Maroni perché sia agevolata la formazione di una missione parlamentare per l’ispezione dei centri di detenzione libici.

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