Aggressione all’umanità , siamo all’avanguardia

Manifesto 11/5/09

Alessandro Dal Lago

Quando qualcuno, affamato, malato o bisognoso, bussa alla nostra porta, dovrebbe
scattare un imperativo primordiale al soccorso. Questo almeno sostengono le
mitologie
religiose. L’umanità, prima ancora di un’astrazione filosofica, ” l’espressione
di
questo riflesso. Anche se non crediamo al diritto naturale e tanto meno alla
retorica
dei diritti umani, soprattutto nell’epoca delle guerre umanitarie, sappiamo che il
limite minimo della comune condizione umana è definito da quell’imperativo.
Rinviando
i barconi dei migranti in Libia, il governo italiano ha deciso di rinunciare di
fatto
e di diritto a qualsiasi minima considerazione umana. O meglio: ha stabilito che la
cittadinanza, italiana o occidentale che sia, è il requisito indispensabile perchè
qualcuno sia trattato da essere umano. E dunque che abbia diritto a vivere, a essere
curato e trattato come una persona.
Tra i migranti respinti senza nemmeno mettere piede sul nostro sacro suolo ci sono
persone in fuga dalla guerra, dagli stermini e dalla fame. Impedendo loro persino di
chiedere asilo e riconsegnandoli ai porti d’imbarco, l’Italia li condanna alla
detenzione, alle angherie e, come è già documentato da anni, alla morte. Così
nel
nome della difesa paranoica della nostra purezza territoriale che accomuna la
maggioranza di destra e parti consistenti dell’opposizione, noi rispediamo nel
nulla
i nostri fratelli, uomini, donne e bambini. Proprio come, a diecimila chilometri di
distanza, in nome della nostra sicurezza, le nostre pallottole uccidono i bambini e
le nostre bombe cancellano dalla faccia della terra cento civili in un colpo solo.
A questo punto, non c’è nemmeno bisogno di insistere nelle analisi. Il quadro
appare
chiaro. Dentro la nostra fortezza, norme discriminatorie, che si appoggiano a una
cultura trionfante della delazione pubblica e privata, tengono in riga, nell’ombra
e
nello sfruttamento, gli stranieri di cui abbiamo bisogno. Fuori, c’è l’espulsione
preliminare, concordata con la Libia.
Curiosi ricorsi storici: i nostri ex colonizzati, a suo tempo decimati e rinchiusi
nei campi di concentramento di Graziani, si incaricano, in cambio di soldi,
contratti
e autostrade, di respingere e internare i profughi e gli affamati di un continente.
Qui le leggi razziali, rispolverate da qualcuno, non c’entrano proprio. C’è
invece
quella linea, profonda come la faglia di Sant’Andrea, che separa il mondo
sviluppato
dal resto della terra. In un romanzo di Saramago, la penisola iberica si staccava
dall’Europa. Ma ora è questa che scava un fossato incolmabile con la povertà
esterna;
la Lega è la punta estrema e paranoica di questa cultura del respingimento. E in
Italia, ventre d’occidente, non valgono nemmeno le finzioni umanitarie

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