Rotta verso la Libia il carcere senza fine
Il manifesto 8/5/09
RIFIUTI Il ministro degli Interni spedisce a Tripoli i migranti raccolti in mare davanti Lampedusa: «Un risultato storico». La «rendition» collettiva indigna l’Onu ma non il Pd. I radicali: denunceremo il ministro GOVERNO Respinti senza toccare terra i 227 migranti arrivati nel Canale di Sicilia
Stefano Liberti
Che ne sarà dei 227 immigrati riportati ieri a Tripoli alle motovedette italiane? A seconda della loro nazionalità, alcuni saranno rimpatriati rapidamente, in particolare gli egiziani e i tunisini. Altri, ovvero i cittadini dell’Africa sub-sahariana, saranno rinchiusi nei famigerati centri di detenzione libici o nelle carceri propriamanente dette. La grande Jamahiriya usa la detenzione senza limiti di tempo per gli immigrati come prassi consolidata, in una serie di centri sparsi su tutto il territorio nazionale, dall’estremo sud del deserto fino alle coste della Cirenaica e della Tripolitania. Tre di questi – a Kufrah, Sebha, a Garyan, vicino Tripoli – sarebbero stati costruiti con fondi italiani. In tutti questi centri, per le testimonianze di chi c’è passato e per chi li ha potuti visitare, non vengono rispettati i minimi diritti umani né la dignità delle persone. Si leggano a questo proposito i reportage pubblicati dal sito Fortress europe (http://fortresseurope.blogspot.com/).
Il ministro degli interni Maroni, ieri, ha deciso che i 227 migranti che avevano raggiunto il canale di Sicilia su tre carrette dei mari dovessero tornare in Libia senza toccare terra. Quando ha risposto alle legittime preoccupazioni dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) sui potenziali richiedenti asilo che la Libia si occuperà di esaminare le loro eventuali richieste d’asilo perché a Tripoli ci sono varie organizzazioni internazionali, mentiva sapendo di mentire.
In Libia c’è un ufficio dell’Unhcr – e anche uno dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), che peraltro si occupa di rimpatri assistiti – ma nessuno dei due è ufficialmente riconosciuto. Sono tollerati e operano grazie all’intermediazione di alcune Ong libiche create da Seif el Islam, il figlio riformatore di Gheddafi, peraltro recentemente caduto in disgrazia con i papaveri del regime.
La Libia non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra. L’Italia invece sì. E quello che ha fatto ieri mattina è un’aperta violazione di quel testo e del cosiddetto principio di non refoulement delle persone bisognose di protezione umanitaria. Delle circa 33mila persone arrivate a Lampedusa nell’ultimo anno, il 70 per cento ha fatto richiesta d’asilo. Di questi, la maggior parte ha ottenuto una forma di protezione.
Questi respingimenti, di cui quello di ieri sarebbe solo l’inizio secondo le dichiarazioni trionfali del Viminale, non riguardano quindi i cosiddetti «immigrati clandestini», ma potenziali richiedenti asilo, in fuga da guerre e da persecuzioni.
Ma la vicenda di ieri non è una prima assoluta. Già tra l’ottobre 2004 e il marzo 2005, il governo italiano aveva respinto verso la Libia circa 1500 migranti intercettati a largo di Lampedusa. A un certo punto, ha dovuto smettere, perché il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione di condanna contro l’Italia, in cui diceva a chiare lettere che «le espulsioni collettive di migranti dall’Italia alla Libia costituiscono una violazione del principio di non refoulement» e che «le autorità italiane non hanno rispettato i loro obblighi internazionali». Un mese dopo, la corte europea di giustizia ha sospeso l’espulsione verso la Libia di 11 immigrati giunti a Lampedusa che avevano presentato ricorso. Oggi, quella prassi illegale è diventata improvvisamente legale. E tutti si felicitano con Maroni per il grande risultato raggiunto: evitare che persone in fuga da guerre e persecuzioni possano ottenere protezione e assistenza, qui da noi.

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