Sicurezza, slitta la fiducia il Pd: “Tornano le leggi razziali”

Repubblica 7-5-09

Governo battuto sul dna. Il Viminale: fuori 250 clandestini

ROMA – En plein. Quattro fiducie. Tre sulla sicurezza, cioè sul reato di clandestinità, le ronde, i Cie a sei mesi. Una sulle intercettazioni. Roberto Maroni e Angelino Alfano la spuntano. Berlusconi autorizza perché, dopo un anno d´attesa (sono ddl del 22 maggio e del 3 giugno 2008), vorrebbe spendersi in campagna elettorale il sì alle due leggi. E per la sicurezza lo vuole soprattutto la Lega. Ma la forzatura in consiglio dei ministri produce una nuova giornata al cardiopalmo per la maggioranza che, non appena si diffonde la notizie delle fiducie a raffica, va sotto alla Camera sul prelievo forzoso del Dna. Sette franchi tiratori, 90 assenti, tra i 40 in missione e i 50 che non ci sono proprio. Finisce 229 a 224. E pure sul voto finale si rischia con un 235 a 229.
Non basta. Le opposizioni insorgono. Si ribella Antonio Di Pietro che vede in quelle fiducie «su cattive leggi un vergognoso tentativo di regime». Il segretario del Pd Dario Franceschini si produce in un affondo fortissimo. Spara ad alzo zero sul reato di clandestinità e sulla mano dura di Maroni contro gli immigrati. Dice che «non è moralmente accettabile strumentalizzare la paura per tornare settant´anni dopo alle leggi razziali». Ricorda che «c´è stato un momento nella storia in cui i bambini venivano cacciati da scuola per la loro religione e non dobbiamo permettere che questo accada mai più». Previene l´inevitabile reazione furiosa del centrodestra e cita il settimanale cattolico Famiglia Cristiana che, giusto il 10 febbraio scorso, parlò di leggi razziali. Gli dà manforte monsignor Agostino Marchetto, segretario del Pontificio consiglio per i migranti che vede il «peccato originale» del ddl sicurezza nella «criminalizzazione» degli stranieri. La macchia più grave è il reato di immigrazione clandestina che scatenerà denunce a raffica. Scontata la raffica di proteste del centrodestra, Fabrizio Cicchitto dà a Franceschini dell´«irresponsabile», Italo Bocchino lo accusa di «vaneggiare», Jole Santelli parla di «clamorosa gaffe», Maurizio Lupi di affermazioni «pericolose», Roberto Cota di essere «un leader politico fuori dalla realtà». Ma il Pd non si ferma e batte il tam tam contro il nuovo reato.
La maggioranza cerca di reagire ai colpi, ma è profondamente spaccata al suo interno, da una parte il Pdl dall´altra la Lega. Dopo il consiglio e un paio di vertici di maggioranza impiega ben otto ore per decidere quando mettere la fiducia. Il ministro dell´Interno la vuole subito. Spende subito una carta tecnica: «Una settimana di ritardo significa far uscire dai Cie altri 250 clandestini». Il sottosegretario Alfredo Mantovano tiene i conti: «Da quando i Cie sono stati bocciati nel decreto ne sono già usciti 1.400». Poi Maroni usa la carta politica, quella che mette in mora il Pdl: «Noi siamo pronti, la Lega è compatta, abbiamo già presentato i tre maxi-emendamenti, possiamo votare giovedì, venerdì, anche sabato. Noi non abbiamo problemi». Sul suo ddl nessun dubbio, «è costituzionale», sulla fiducia nppure un tentennamento, «stiamo ponendo fine a una telenovela». Troppi gli oltre 50 voti segreti. Lui non vuole rischi. Il rifiuto di qualsiasi retro lettura: a chi gli chiede se è vero che c´è stato uno scambio tra la Lega e Berlusconi, a lui la fiducia sulla sicurezza, al Guardasigilli Alfano quella sulle intercettazioni, risponde ridendo così: «Userò il linguaggio che usano gli ambasciatori, è un´ipotesi che appartiene alla categorie delle stronzate…».
Ma nonostante il suo “picchetto” alla Camera alla fine Maroni perde. Di nuovo per mano del presidente della Camera Fini: il governo chiederà la fiducia solo martedì prossimo e si voterà tra mercoledì e giovedì. Quella dopo toccherà alle intercettazioni su cui Alfano, per il momento, non preannuncia novità sul testo che aspetta il dibattito in aula da mesi e da cui era scomparsa la famosa lista dei reati.

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