Scompaiono i presidi-spia, ma la Lega blinda il testo
Il manifesto 6/5/09
SICUREZZA Resta il reato di clandestinità. Oggi la fiducia al ddl
ROMA
Via la norma che trasforma i presidi in spie ma in cambio la Lega strappa la fiducia sul disegno di legge sulla sicurezza. Torna la pace nella maggioranza dopo le bacchettate di Gianfranco Fini a Roberto Maroni. In una lettera il presidente della Camera aveva infatti ricordato al ministro degli Interni come l’articolo del ddl sicurezza che obbligava i presidi a denunciare i clandestini fosse incostituzionale perché privava i bambini del loro diritto a studiare. Ieri il governo ha fatto marcia indietro decidendo di cancellare la misura. Spetta al ministro della Difesa Ignazio la Russa spiegare, al termine di un nuovo vertice di maggioranza, lo spirito della decisione: «Il preside – ha spiegato – non potrà fare la spia perché non è tenuto a sapere se il bambino iscritto alla scuola dell’obbligo sia o meno figlio di un genitore clandestino». Quella di Fini rischia però di essere una vittoria solo sulla carta. Come già accaduto per i medici, anche per i presidi il divieto di denuncia dei clandestini rischia di essere solo apparente visto che lo stesso disegno di legge sulla sicurezza, all’articolo 21 introduce per la prima volta il reato di clandestinità, rendendo così obbligatoria la denuncia da parte di ogni pubblico ufficiale. Stando così le cose, a Maroni costa quindi poco riconoscere la giustezza dei rilievi mossi dal presidente della Camera: «Abbiamo ritenuto fondato il rilievo costituzionale che era stato sollevato da Fini», ha spiegato infatti il titolare del Viminale. «Abbiamo stabilito che è prevalente il diritto dei minori fino all’età dell’obbligo a partecipare alle lezioni scolastiche». Non ci sta, però, il titolare del Viminale, a classificare la modifica della norma come una vittoria del presidente della Camera: «sarebbe un’esagerazione», ha aggiunto.
Sparisce dunque il pericolo di vedere i bambini immigrati allontanati da scuola solo perché i genitori non hanno il permesso di soggiorno. Il passo indietro, se davvero si può definire tale, non costa troppo alle Lega che non a caso ieri mattina, chiuso il vertice di maggioranza a cui hanno partecipato tra gli altri, oltre a Maroni e La Russa, anche il ministro della Giustizia Angelino Alfano e i capigruppo di Pdl e Carroccio, si dice soddisfatta del risultato ottenuto. Soprattutto perché il grosso dei provvedimenti a cui tiene è ancora intatto. «Portiamo avanti le ronde, il reato di clandestinità, la permanenza fino a a sei mesi nei centri di identificazione ed espulsione», dice infatti il capogruppo a Montecitorio Roberto Cota. Provvedimenti che la Lega si è preoccupata bene di blindare prima di dare il suo assenso a nuove modifiche. «Sono stato rassicurato dai colleghi della maggioranza , c’è una piena condivisione del testo e c’è unità totale», dice infatti il ministro. Che poi spiega come, a questo punto, «il mio unico timore è che il testo sia approvato rapidamente».
A questo punto la palla passa al consiglio dei ministri che si terrà questa mattina alle 9,30 e che dovrebbe dare il via libera alla fiducia. E’ possibile che l’esecutivo decida di dividere il ddl sicurezza in tre parti, sottoponendole poi al voto una volta. Una ipotesi resa più valida anche dall’ampiezza dei temi trattati dal testo, le cui norme spaziano dalla lotta all’immigrazione clandestina, alla sicurezza stradale passando per le misure anti-mafia. Se così fosse, la decisione permettere di chiedere la fiducia solo sulle parti più a rischio, come i provvedimenti contro gli immigrati, consentendo la discussione su tutto il resto. Cosa che non è avvenuta ieri, quando lo stesso Fini, accogliendo una richiesta della maggioranza, ha sospeso la discussione sul testo rimandando tutto a oggi e provocando per questo le proteste dell’opposizione. «Un passo falso», per il Pd, che legge nella decisione di sospendere il dibattito la dimostrazione delle difficoltà della maggioranza. «E’ la dimostrazione che l’unità invocata oggi era solo una foglia di fico dietro alla quale si nascondono divisioni così profonde che potranno essere soffocate solo ricorrendo alla fiducia», ha detto la capogruppo del Pd in commissione Giustizia, Donatella Ferranti. Critico anche il leader dell’Udc Pierferdinando Casini, per il quale il ddl trasmette «un messaggio devastante: lo Stato non riesce a difendervi con le forze che ha, polizia e carabinieri, per cui ci affidiamo alle spie, medici e insegnanti, e alle ronde».
Un passo in avanti, infine, è stato fatto sulle norme anti-mafia. Cambia la norma che limitava i poteri del procuratore nazionale antimafia e viene ripristinata, nella formula già approvata dal Senato, la misura che prevede l’esclusione dagli appalti pubblici delle ditte vittime del racket che non denunciano gli estorsori.

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