«Il ddl sicurezza? È criminogenetico»
Il manifesto 6/5/09
INTERVISTA Dario Melossi, sociologo
Cinzia Gubbini ROMA
ROMA
E’ appena uscito nelle librerie il nuovo numero della rivista «Studi sulla questione criminale» (Carocci editore), dedicata interamente alla criminalizzazione dei migranti. Abbiamo chiesto a uno dei direttori, Dario Melossi, qualche riflessione sul pacchetto sicurezza che sta per essere approvato.
Professore, alla fine il disegno di legge introdurrà in Italia il reato di clandestinità. Quali conseguenze?
Secondo me nulla di nuovo: non cambia il sistema, ma peggiora un sistema già pessimo. Il reato di clandestinità andrebbe anche bene se fosse mai stata implementata una politica dell’immigrazione. Il fatto è che la scelta è sempre caduta su una politica di controllo e repressione dell’immigrazione clandestina, non solo in Italia ma in tutta Europa. Quindi abbiamo creato un tipo di situazione in cui non c’era un modo efficiente e funzionale e soprattutto sufficiente dal punto di vista numerico per entrare in Italia ma c’era bisogno di forza lavoro, soprattutto nel centro e nord Italia. Quindi le persone sono arrivate. Dal punto di vista statistico il modo normale per entrare in Italia è stato attraverso periodi di irregolarità. Si è arrivati al paradosso di registrare tutta una serie di illegalità commesse dagli immigrati senza permesso di soggiorno proprio al fine di diventare regolari. In un capitolo della rivista prendiamo in esame proprio questo aspetto.
Il pacchetto sicurezza nasce da un dibattito pubblico molto accesso sul presunto legame tra immigrazione e criminalità. Legame che, a volte, sembra essere dimostrato dalle statistiche sulle detenzioni e sulle denunce. Ma bisogna fidarsi delle statistiche?
Intanto bisogna dire una serie di cose: la criminalità è andata crescendo a sbalzi dalla fine degli anni ’60 a oggi. E non sempre questi sbalzi hanno coinciso con periodi di forte immigrazione. Un rapporto saldo dal punto di vista statistico tra criminalità e immigrazione non esiste. Tra l’altro è stata recentemente pubblicata una ricerca della Banca d’Italia che ha mostrato come il rapporto che c’è tra immigrazione e criminalità sia mediato dalle zone ricche del paese: sia la criminalità che l’immigrazione si dirigono verso le zone benestanti. Detto questo, però, bisogna anche osservare come determinati meccanismi di ingresso, creando una fascia di irregolarità, abbiano in sé delle fortissime valenze criminogenetiche: chi aspetta la regolarizzazione di certo avrà maggiori possibilità di delinquere. Una delle tante ricadute negative di questa situazione è che vi è una forte aspettativa sociale che gli immigrati ricoprano questi ruoli, aspettativa condivisa, ad esempio, anche dalle forze dell’ordine che quindi opereranno controlli più mirati. Alcuni anni fa in Emilia Romagna abbiamo chiesto a un campione di immigrati regolari quante volte fossero stati fermati dalla polizia l’anno precedente, perché avevamo la possibilità di confrontarlo con un dato sugli italiani. E’ emerso che la probabilità per un immigrato di essere fermato mentre cammina a piedi è di dieci volte superiore a quella di un italiano. Le statistiche sono molto utili, ma bisogna saperle leggere e ragionare su cosa c’è dietro.
Comunemente si crede che un immigrato, avendo meno legami con il paese di accoglienza, sia più portato a delinquere. E’ così?
La sociologia ci racconta anzi che molto spesso chi immigra in un paese è più preoccupato di mostrarsi rispettoso delle regole. Soprattutto, naturalmente, se trova una corrispondenza in quel paese: una realtà ordinata e in cui la legalità viene incoraggiata. Un importante sociologo americano, Robert Sampson, qualche anno fa ha così riassunto i risultati delle sue ricerche: volete diminuire la criminalità? Aumentate i tassi di immigrazione. Secondo lui, la prima generazione immigrata porta con sé una serie di usanze e culture che li protegge dal praticare attività criminali. Diversamente, nel contesto americano, succede con le seconde generazioni che si integrano in una società spesso escludente e emarginata.
Dobbiamo temere lo stesso in Italia?
I fenomeno da noi è appena cominciato. Ma vedo una maggiore corrispondenza con il caso francese: mentre le prime generazioni si accontentano di raggiungere alcuni obiettivi come casa e lavoro, non è così per i loro figli, che crescendo in un contesto includente pretendono di vedere riconosciuti i propri diritti.

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