Contro pizzo e usura ecco il manuale degli imprenditori
Secolo XIX 5/5/09
la lotta per la legalità
Vademecum di Unimpresa per sfuggire il crimine:«Emergenza in tutta Italia, non solo nel Meridione»
Genova. A volte essere persone oneste non basta. Per sfuggire al racket, alle richieste di pizzo, alla trappola dell’usura, bisogna sapere come muoversi. Quali passi non vanno assolutamente fatti, come bisogna muoversi per uscire dai guai che, come sabbie mobili, inghiottono tante piccole realtà produttive italiane.
Unimpresa, neonata associazione imprenditoriale rivolta soprattutto ai piccoli e micro imprenditori, si è inventata un vademecum. Un “codice della legalità” che presto sarà dato alle stampe, bussola per non finire contro gli scogli della criminalità organizzata.
«Non è un semplice codice etico – spiega Paolo Longobardi, presidente dell’associazione – ma uno strumento che spiega concretamente come tenersi lontani da certi fenomeni. Ci sono imprese che finiscono nei guai perché mancano 500-1.000 euro, e gli usurai, a Napoli, sono fuori dalle banche in giacca e cravatta ad aspettarli». Il vademecum anti-criminalità nasce proprio dalla realtà napoletana: qui Unimpresa è stata fondata cinque anni fa. Oggi conta 98.000 imprese associate che danno lavoro a 300.000 dipendenti e 13.000 tra lavoratori autonomi e subordinati. In rapida espansione, l’associazione sta crescendo in tutta Italia. Prima nel Meridione, ora anche nel resto d’Italia. A Genova il vademecum verrà presentato ufficialmente nei prossimi mesi.
Se questo manuale di legalità nasce oggi, c’è anche un motivo molto pratico: «Le banche hanno tagliato i crediti in maniera spaventosa. Le imprese più piccole sono le prime vittime, i primi che finiscono per disperazione a rivolgersi agli usurai». Il vademecum parte proprio da qui: «Molti imprenditori non sanno che, prima di rivolgersi agli strozzini, hanno altre strade». Tanto per fare qualche esempio: va chiesto, in caso di rifiuto di banca o intermediario finanziario a riconoscere un prestito, quali motivazioni sono alla base del diniego. Se vi sono inadempimenti pregressi che giustificano il rifiuto, e se questi sono veramente ostativi. Subito dopo, se non si riesce a superare questo scoglio, c’è la possibilità di rivolgersi ai Confidi – associazioni cooperative e consortili delle categorie economiche produttive – per ottenere i soldi che servono, anche attraverso il fondo di prevenzione alimentato dallo Stato. Ma il manuale racconta anche cosa fare dopo, quando oramai si è in mano ai cravattari. Dalle denunce da fare, ai chiarimenti sulla nullità dei patti stipulati per prestiti di soldi con tassi usurai, per passare alla possibilità di ricevere aiuto dallo Stato attraverso il fondo antiusura. In fondo al volume, ci sono anche i moduli da compilare per accedere ai fondi di solidarietà per le vittime dell’usura e dell’estorsione.
Ma il codice non finisce qui: «Un capitolo importate – spiega Longobardi – è anche dedicato al racket, e al riciclaggio». Significativo che un’iniziativa del genere nasca da un’associazione che ha le sue radici a Napoli, dove la lotta degli imprenditori alla criminalità organizzata è più difficile. «Ma sbaglieremmo – spiega Longobardi – a circoscrivere il fenomeno del racket al Sud del Paese. È un problema italiano, in rapida diffusione dappertutto. E se è vero che le prime risposte alla nostra iniziativa sono arrivate dal Meridione, abbiamo ricevuto telefonate e richieste d’aiuto anche da altre Regioni». Inevitabile, pensare al caso genovese e alle denunce del sindaco Marta Vincenzi, secondo cui il racket e la criminalità organizzata terrebbero in pugno parte della città, in particolare il centro storico.
«Spesso si tratta di fenomeni – spiega Longobardi, senza entrare nel merito del caso genovese, che spiega di non conoscere abbastanza – che è difficile percepire e leggere correttamente. Abbiamo creato un vademecum soprattutto perché chi è vittima del pizzo spesso non se la sente di denunciare tutto alle autorità pubbliche. Vorremmo anche fare un po’ da mediatori tra lo Stato e gli imprenditori, convincerli a venire allo scoperto». Fidarsi, insomma. E sapere, tra le altre cose, che nelle fase delle indagini preliminari, va chiesto e si può ottenere il necessario anonimato. Che è necessario fare gruppo, confrontarsi con gli altri imprenditori. Oppure che, con gli estorsori, è fondamentale prendere tempo, in modo da permettere alla forze dell’ordine di raccogliere prove inequivocabili del reato.
Samuele Cafasso

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