Il centro storico è più sano ora abbattiamo quei cancelli
Le idee
PAOLO CORNAGLIA FERRARIS
Ieri Repubblica ha pubblicato la denuncia di un comitato contro i cinquanta cancelli che hanno “privatizzato” per ragioni di sicurezza intere zone del centro storico. Ospitiamo l´intervento del medico che aprì il primo ambulatorio “sociale” nei vicoli
Quando aprimmo l´ambulatorio dedicato ai bambini clandestini nei vicoli di fronte a San Siro nessuno di noi si stupì del degrado, della sporcizia e dell´abbandono in cui versavano strade, portoni e cose. Perfino la gente seduta sui gradini, piena di vino, non stupiva nessuno. «Sono vicoli, si sa, che cosa ti aspetteresti di diverso?». Oggi accogliamo i 600 bambini che ogni anno frequentano quell´ambulatorio con l´impressione di essere fuori posto. Gran parte degli immigrati latino americani non vivono più lì, sostituiti da arabi e macedoni, qualche rumeno, pochi nigeriani. La maggior parte di loro vive in periferia e prende l´autobus per venire da noi, ma solo se ha bisogno del dentista. Quelle strade di fronte a San Siro sono pulite, i negozi e le facciate si sono fatte eleganti, le ardesie scolpite sui portoni ricordano quanto sia stata preziosa la storia di artisti e agiata la vita dei nobili che ci vivevano. Le facce smunte degli avvinazzati e dei tossici non sono più sui gradini della chiesa, perfino i piccioni sembrano meno maleducati e la nostra finestra non soffre più così tanto dei loro ricordi volanti.Cos´è successo? Perfino qualcuno tra i borghesi e altolocati genovesi ha scelto di venire a stare in quelle case, i prezzi sono saliti, gli androni di qualche palazzo godono di servizi condominiali dimenticati da decenni. Ciò che è accaduto è che Genova si è accorta di quanto sia bello il suo cuore. In locali adibiti a negozi, colonne e capitelli, nascondono retrobottega impreziositi da archi secolari.
Dove arriva passaggio di gente, negozi e luce, scappano i ratti e scompare la rumenta. Stretti anfratti chiusi da cancelli rugginosi eretti per difendere da privati il suolo che il pubblico ha abbandonato al degrado, disegnano un futuro possibile, perfino probabile. Quello di una comunità che capisce che il vecchio non si butta, ma si conserva, impreziosendo col tempo. Una cultura che i genovesi, quelli veri, conservano da generazioni, eppure caduta in un oblio troppo lungo.
Aprire vicoli e abbattere cancelli, ripulire e rigenerare con la vita di un tempo il centro della storia della città significa investire nelle future generazioni: quelle che trarranno il proprio reddito non dall´industria pesante, ma dal turismo, quello cominciato con l´Acquario e faticosamente cresciuto sino a scoprire che la cosa migliore di Genova sta lì, nascosta e ancora troppo umiliata da chi non capisce che quel bene pubblico non è passato ma futuro.

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