«Troppa tensione, oggi la gente ha paura»

Secolo XIX 29/04/09
viaggio nel cuore della città
Le storie di chi l’immigrazione l’ha vissuta: Albenga non è razzista, ma occorre insegnare i valori del rispetto
Albenga. Migranti di ieri e dell’altroieri, datori di lavoro di stranieri. Siciliani e Maghrebini divenuti ormai cittadini albenganesi e imprenditori nostrani che hanno da tempo alle loro dipendenze lavoratori provenienti da terre e culture lontane. Tutti d’accordo nel condannare il terribile episodio di domenica notte, tutti d’accordo nel dire che alla base di tutto c’è il rispetto delle regole e delle istituzioni, oltre al lavoro.
«Dobbiamo essere prima di tutto noi genitori, stranieri o italiani, a insegnare ai nostri figli il rispetto degli altri e delle leggi. Non al rispetto di chi è uguale o di chi è diverso, ma al rispetto di tutti» esordisce Mustapha el Khatiri, che nel 1990 si è imbarcato su una nave sulle coste nordafricane per sbarcare da clandestino in Italia, raggiungere Albenga e farsi una vita che gli ha dato una splendida famiglia, la cittadinanza italiana, un’attività artigianale ed una commerciale. Se parlasse con accento milanese o americano sarebbe un uomo di successo, un self made man.
«Ho fatto il bracciante agricolo, il muratore. Ho fatto tutti i lavori possibili, ma sempre legali – spiega – Io e tanti miei connazionali, tante persone di ogni parte del mondo, siamo venuti qui in cerca di una vita migliore, costruita sul lavoro, e non sulla prepotenza. Ed è questo che dobbiamo insegnare ai nostri giovani».
E anche a non farsi giustizia da soli.
«Ai nostri connazionali diciamo sempre di rivolgersi alle forze dell’ordine quando subiscono qualche ingiustizia, qualche disturbo – afferma el Khatiri, che è da cinque anni presidente dell’associazione dei lavoratori immigrati – Forse se l’altra sera fossero stati chiamati subito i carabinieri non sarebbe successo niente. Invece è capitata una cosa terribile, inimmaginabile. È una vergogna per la nostra città, per il nostro Paese. Sono rimasto senza parole, ma non credo che sia razzismo. Una cosa del genere sarebbe potuta capitare anche a italiani. Albenga non è una città razzista. Quando sono arrivato io ho trovato amici, non razzismo. Oggi c’è troppa tensione, la gente ha paura: per questo dobbiamo insegnare ai più giovani il valore del rispetto».
Se si prova a chiudere gli occhi e a sostituire la parlata marocchina con un netto accento siciliano e con la mente si corre indietro nel tempo di qualche decennio, pare di sentire le parole di Antonino Messina. Anche lui è arrivato ad Albenga appena diciottenne, senza un tetto, un lavoro e un soldo in tasca. Non era il 1990 ma il ’54 e per arrivare qui ha dovuto attraversare lo stretto e lo stivale, ma non il Mediterraneo. A Villalba e in tutta la Sicilia si lavorava solo per intercessione di “qualcuno” e Messina era uno di quelli che non amava chieder favori a “vossignoria”. Una promessa di lavoro, il biglietto del treno pagato dalla nonna e tremila lire in tasca per le prime spese. Questo il bagaglio alla partenza. Ma all’arrivo il lavoro non c’è, l’amico che lo avrebbe ospitato è in Spagna e quei pochi soldi bastano appena per mangiare qualcosa, bevendo l’acqua della fontanella
«Mentre cercavo un posto dove dormire – ricorda Messina -, una persona mi ha detto che cercava qualcuno per caricare un camion di fusti d’olio. Era Lucio Aicardi, e quello che doveva essere un pomeriggio di lavoro è diventato una settimana, poi due anni».
Poi il lavoro in edilizia, le prime esperienze in proprio, poi un negozio e dieci anni fa, all’età in cui normalmente si va in pensione, ha aperto un’agenzia di pompe funebri. Intanto è stato volontario della Croce Bianca per trent’anni, dall’Avis ha avuto la medaglia d’oro per i trentatre litri di sangue donati ed è diventato per due volte consigliere comunale.
E come i migranti di oggi ha vissuto in un garage.
«Ci dormivamo in quattro o cinque. Costava diecimila lire al mese, che dividevamo. Se uno non aveva la bombola del gas cucinava con quella di un altro: c’era solidarietà. Solidarietà e voglia di lavorare. Allora nessuno veniva qui per rubare. Era diverso da oggi. Si è perso il valore del lavoro, della fatica. In questo gli immigrati di oggi sono diversi da noi».
Tanti imprenditori hanno alle loro dipendenze lavoratori stranieri: faticatori instancabili o lavativi? Affidabili o inaffidabili?
«Per me lavorano da diversi anni tre indiani – afferma Enzo Bellissimo, florovivaista e inventore del liquore all’asparago violetto e della grappa al carciofo d’Albenga – e devo dire che hanno preso a cuore l’azienda esattamente come me e la mia famiglia».
Ma ci sono abitudini culturali o religiose che influiscono con il lavoro?
«No. Vivendo lontano da casa lo scorso anno mi hanno chiesto tutti assieme un periodo di ferie per tornare dalla loro famiglia, è naturale. Sono tornati il giorno previsto e hanno ricominciato a lavorare sodo. Forse hanno qualche esigenza in più i lavoratori musulmani, ma molti miei colleghi hanno dipendenti di quella fede e si trovano benissimo.
Certo che bisogna regolamentare i flussi e prevedere sistemi di collocamento per evitare che uno arrivi e resti senza casa e senza lavoro, perché altrimenti subentra la disperazione e in qualche modo ci si arrangia. Purtroppo non sono più i tempi in cui si poteva andare di azienda in azienda e prima di sera si trovava lavoro senza dubbio».
Luca Rebagliati

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