In un anno raddoppiate le domande di asilo

ROMA -”Strutture di tipo emergenziale aperte sulla base di un’ordinanza di protezione civile e per questo non equiparabili né ai Cara né ai centri gestiti dal Servizio Centrale del Sistema di Protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar)”. Così Gianfranco Schiavone, responsabile dell”Ics di Trieste definisce i centri voluti la scorsa estate dal ministero dell’Interno e diffusi su tutto il territorio nazionale per fare fronte all’emergenza sbarchi. “Insomma – sottolinea Schiavone a cui abbiamo chiesto di spiegare lo scopo e il funzionamento di questi centri – si tratta di strutture la cui unica caratteristica comune è quella di essere state aperte sulla base della necessità di trovare in tempi rapidissimi posti disponibili per fare fronte all’aumento delle domande di asilo, che nel 2008 sono state poco più di 30 mila a fronte delle 15 mila presentate nel 2007″. Un raddoppio secco, in altre parole, che “ha determinato sicuramente una situazione di emergenza, con la conseguente apertura questi centri di accoglienza provvisori”.

Di che tipo di strutture si tratta?
C’è dentro un po’ tutto: colonie, appartamenti, strutture religiose, edifici messi a disposizione da realtà che gestiscono altri centri e perfino alberghi. In alcuni casi si tratta di luoghi destinati fin dall’inizio a un uso provvisorio, in altri invece, come per il centro di Castel Nuovo di Porto gestito dalla Croce Rossa a Roma, si tratta di strutture che con molta probabilità col tempo entreranno a regime.
Quale valutazione si può fare di questi centri?
L’emergenza era reale, quindi il problema non è l’apertura dei centri, ma la mancanza di ogni precisa consegna nei confronti di queste realtà e di una precisa convenzione che ne regolasse nel dettaglio i servizi per i richiedenti asilo, che avrebbero dovuto avvicinarsi quanto più possibile a quelli offerti dei centri ordinari. Questo però non è avvenuto, e tutto è stato lasciato alla capacità, alla disponibilità e alla buona volontà delle singole realtà locali, alcune delle quali si sono date da fare per garantire uno standard di servizi che andasse oltre il mero vitto e alloggio, mentre in altre circostanze sono venuti totalmente a mancare i servizi di orientamento, tutela e mediazione culturale, così come anche le segnalazioni alla banca dati dello Sprar per trovare una sistemazione una volta usciti dal sistema di prima accoglienza.

Cosa accade quando scadono le convenzioni con le prefetture?
Là dove le persone sono titolari di un diritto di accoglienza perché ancora richiedenti asilo vengono spostate in altre strutture. Tale diritto vale anche per i ricorrenti contro il diniego dell’asilo politico, anche se nel loro caso è prevista una limitazione: decorsi sei mesi dalla presa in carico, l’accoglienza cessa, e il soggetto riceve un permesso di soggiorno che lo abilità al lavoro. Il che fa sì che ci siano stati e ci siano tuttora numerosi casi di ricorrenti che si ritrovano sulla strada con un teorico permesso di soggiorno che li abilita al lavoro perché, pur non essendo ancora conclusa la procedura per il ricorso, hanno già usufruito dei sei mesi di accoglienza previsti dalla legge. Ma è del tutto evidente che vuoi perché nei centri non hanno imparato la lingua, vuoi perché non hanno avuto sufficiente esperienza della società italiana, vuoi per la crisi in corso e perché il lavoro non si trova tanto facilmente, alla fine le persone vengono a trovarsi completamente scoperte. Lo stesso avviene anche nei casi in cui hanno ottenuto la protezione, ma non hanno trovato posto nello Sprar, che dà la precedenza alle famiglie o comunque alle situazioni più vulnerabili e riesce a coprire solo una parte delle richieste. E quindi la stragrande maggioranza dei singoli rimane completamente scoperta.

Cosa andrebbe fatto allora?
Siamo di fronte a una situazione che continua nel tempo. Se l’emergenza può essere accettata come tale in un primo tempo non può diventare una condizione permanente. Allora la domanda è: cosa fanno il governo e il ministero per aumentare a regime i posti disponibili? Per cui bisognerebbe ripensare queste strutture o aprirne comunque delle altre, con l’obiettivo di arrivare entro il 2010 a un sistema di accoglienza a regime molto più ampio del passato. Non è realistico pensare che il numero delle domande diminuirà. È evidente, infatti, che siamo entrati in una fase diversa, nella quale l’Italia è diventata destinazione dei richiedenti asilo. Perciò non torneremo più ai livelli di una volta ed è sciocco credere che si tratti di un’emergenza temporanea. Per cui mi chiedo: l’Italia può permettersi di non prevedere delle misure di accoglienza e integrazione per le persone che hanno ricevuto una protezione? Non basta dire che queste persone godono dell’assistenza sociale garantita a parità di condizioni con i cittadini italiani. Si tratta infatti di un’equiparazione molto giusta, ma si tratta anche di una misura di parità che dovrebbe scattare dopo aver usufruito delle misure di prima integrazione. (ap)
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