Albenga, i marocchini ospiti sgraditi

Secolo XIX 28/04/09
dopo l’assalto agli immigrati
Gli abitanti: «Lavorano pochi mesi, poi si mettono a spacciare». Ma un avvocato rifiuta di difendere gli italiani
dal nostro inviato
PAOLO CRECCHI
Albenga. Anche Abdel Aziz Zahiri che adesso è in coma fa il bracciante agricolo nella piana, carciofi, lavanda e margherite il raccolto di questi giorni. Sei euro netti all’ora per sei ore e mezzo di lavoro, novecento al mese, paga sindacale, un appartamentino da dividere e il sogno di tornare a casa ricco. L’avvocato Nazareno Siccardi si è rifiutato di difendere uno degli otto ragazzi che ha dato fuoco alla sua abitazione, alla fine di una serata dove la violenza e la stupidità si sono incontrate ancora una volta. Dice che non se la sente, non ce la farebbe a difenderlo sul serio: Abdel Aziz Zahiri ha solo 30 anni e rischia di morire per avvelenamento da ossido di carbonio, un’atrocità.
A Campochiesa, dove è nato tutto, la barista del circolo ricreativo Don Bosco non si commuove e ricorda che i marocchini, al circolo, non ce li vogliono. Uno ha fatto domanda d’iscrizione, era solo per ottenere il posto macchina ma è stato rifiutato lo stesso. La barista si chiama Angela Di Bella, gestisce il circolo che fa capo alla parrocchia assieme al marito ed è arrivata dalla Sicilia che aveva solo quattro anni: «Non siamo razzisti, quelli combinano solo guai». Il parroco don Davide Carrara invoca rispetto e tolleranza, però spiega che lui non è responsabile di quello che dice o fa la gente.
Tutto è cominciato a Campochiesa nel 2002, quando due ragazze sono state assassinate da un balordo. Marocchino, naturalmente. Nazionalità ancora più detestata da quando nella piana sono arrivati gli indiani, gente che al termine della stagione torna a casa disciplinata e all’inizio della successiva si ripresenta puntuale nelle serre. I marocchini, molti almeno, lavorano qualche mese e poi si danno alla clandestinità. Per diventare spacciatori.
Che ad Albenga la situazione stesse per esplodere si capiva da tempo, i segnali erano evidenti e persino il sindaco, Antonello Tabbò, aveva lanciato l’allarme: «Voglio le forze armate, la sicurezza deve essere garantita. Anche i carabinieri sono militari e io mi sento protetto se vedo una divisa. Che male c’è? Qui una volta c’erano le caserme, le ragazze di Albenga sono cresciute a fischi dei soldati». E poi: «Ma per sentirmi davvero tranquillo, gli immigrati devono essere trattati come esseri umani e non come schiavi».
Sfruttamento, caporalato, lavoro nero? Una volta, ammettono gli agricoltori. Oggi non più perché non conviene. E anzi sarebbe proprio la mancanza di lavoro, secondo alcuni, a istigare i braccianti alla delinquenza. Ma qualcosa non quadra. Il business dell’agricoltura muove ad Albenga 25 milioni di euro all’anno, e la diversificazione degli ultimi tempi – piante aromatiche al posto dei fiori e degli ortaggi, soggetti a forte concorrenza nell’economia globale – si è rivelata una mossa azzeccata. Il basilico, il rosmarino, la lavanda, persino il mirto e il corbezzolo si stanno imponendo sui mercati di tutto il mondo. Probabilmente sono proprio gli indiani, la nuova e amatissima manodopera orientale, ad aver consegnato i marocchini alla disoccupazione.
Dalle serre allo spaccio il passo è stato breve, anche se fino a pochi mesi fa la procura di Savona non voleva sentir parlare di emergenza, Tabbò o non Tabbò. Poi i carabinieri hanno chiesto un confronto con i magistrati, hanno esibito documenti e sciorinato fior di intercettazioni. E sono cominciate le retate.
L’episodio dell’altra sera è un cascame della reciproca insofferenza, gli italiani che accusano i marocchini di ogni nefandezza e questi ultimi che si sentono traditi. Ma lo scontro in sé appare casuale. Prima gli immigrati che si lamentano del chiasso dei teen-agers (sarebbero dovuti andare a lavorare, l’indomani) poi i ragazzi che rispondono per le rime fino alla folle spedizione punitiva. Al momento in carcere ce ne sono otto: quattro devono rispondere solo di rissa aggravata, altri quattro di incendio doloso e tentato omicidio con il movente dell’odio razziale. Rischiano grosso. Un’altra giovane rischia l’arresto, ma nella rete potrebbero cadere altri complici.
Ieri il sindaco e il prefetto hanno tenuto un vertice con il questore e i vertici delle forze dell’ordine. Sarebbero state prese delle contromisure, anche se nessuno ha voluto dire quali, per evitare le conseguenze più deleterie dell’effetto annuncio. Si temono altre rappresaglie, stavolta contro gli italiani. La situazione è davvero oltre il livello di guardia. Anche la Cna (Confederazione nazionale artigianato) aveva lanciato l’allarme dalle colonne del Secolo XIX, due giorni fa, a proposito del lavoro nero e del mancato rispetto delle regole. Stavolta nel campo dell’edilizia. Una bomba sociale, a orologeria.
crecchi@ilsecoloxix.it

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