Ad Albenga prove generali di razzismo

Repubblica 28/04/09

L´analisi

SALVATORE PALIDDA
RAZZISMO o neocolonialismo? Ciò che è successo ad Albenga nella notte fra il 25 e il 26 non può essere considerato un fatto casuale o del tutto eccezionale. Purtroppo da tempo in Italia e in Europa (ma anche altrove) tale genere di fatti si ripetono e per giunta passano spesso sotto silenzio o restano assolutamente ignorati.
Ma c´è qualcosa di più a rendere mostruoso il razzismo della banda di “italiani” di Albenga. Per capirlo bisogna conoscerne la realtà. L´economia della zona ha avuto uno sviluppo straordinario grazie all´imprenditorialità innovativa di agricoltori che hanno fatto delle loro serre quasi delle miniere d´oro. Ma il boom economico albenghese è anche se non soprattutto frutto di una buona intesa fra imprenditori agricoli locali e immigrati. Poi c´è l´altra faccia della riuscita della zona: il lato oscuro che tutti fanno finta di non vedere. Si tratta delle centinaia, se non migliaia di quasi schiavi immigrati che in questi ultimi vent´anni hanno contribuito con lacrime e sangue, e a volte persino la vita, al miracolo economico albenghese.A volte reclutati attraverso caporali della stessa nazionalità, a volte direttamente da agricoltori delinquenti, sono stati rinchiusi nelle serre 24 ore su 24, minacciati se tentavano di uscire, clandestini o semi-regolari, pagati una miseria, alla mercé di angherie e supersfruttamento nella speranza di guadagnare comunque qualcosa e poi scappare o magari nell´illusione di poter poi passare alla regolarità vera e a una vita meno grama magari in un appartamento in città.
Ed è forse proprio questo che non tollerano i razzisti della zona: l´emancipazione degli immigrati verso la regolarità. Non è quindi casuale che si sentano in diritto di disprezzare le abitazioni dei “terroni stranieri”, pisciando sui vasi di fiori con i quali queste nonpersone “pretendono” di adornare le loro abitazioni. Peggio, i razzisti non possono tollerare che i “marocco” si permettano di rimproverarli e allora è del tutto normale che pensino di dar loro fuoco… così come faceva il ku klux klan o come ha fatto qualche anno fa un caporale italiano bruciando vivo Ion Cazacu a Gallarate.
L´humus socio-culturale in cui si forgia tale sorta di italiani è appunto quello in cui tutti fanno finta di non vedere non solo i quasi-schiavi chiusi nelle serre, ma neanche gli incidenti sul lavoro, le malattie professionali, il tutto direttamente connesso con l´inquinamento del territorio e la produzione di merci tossiche che poi ci troviamo anche nei nostri piatti (si pensi a quelle verdure strabilianti, imbottite di chissà quanta chimica e veleni).
L´omertà sulla schiavitù e sulle condizioni di lavoro e di produzione e sull´inquinamento della zona è la stessa che copre il razzismo mentre tutti sembrano ubriachi dell´arricchimento apparentemente generalizzato. Allora, da tali fatti forse una sola cosa si può imparare: non si tratta di fare generici e episodici proclami antirazzisti; bisogna pensare a come costruire una mobilitazione di italiani e stranieri per il risanamento di ogni aspetto dell´organizzazione della società, come portare avanti pratiche di cittadinanza effettiva che significhi pieno accesso ai diritti e ai doveri di tutti.
*Docente alla Facoltà di Scienze della formazione,
Università di Genova

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