Paride Batini e la speranza che ci ha lasciato
Secolo XIX 27/04/09
michele marchesiello
La scomparsa di Paride Batini è un evento (ovviamente) luttuoso, che si ammanta di un’ombra e di una speranza.
L’ombra – piuttosto malinconica per chi ha creduto nella rivoluzione politica, sociale, mentale del nostro Paese -è quella del tramonto del comunismo come progetto. Come quando, sulla spiaggia, verso sera, il sole sparisce dietro le colline, e noi ci spostiamo verso l’angolo di luce che resiste ostinato, opponendoci alla notte, così gli uomini del Console hanno cercato riparo dietro alla sua immagine ancora così luminosa e intatta. Ma la notte è arrivata, la spiaggia è deserta e immersa nel buio.
È venuta anche per loro quella che Weber chiamava la “lunga notte polare”, di cui nessuno può presagire la durata: solo una speranza (più che una fede ) incrollabile, potrà aiutarci a superarla. Questo è oggi, forse, il senso nuovo della parola “Resistenza”.
Ma la scomparsa di Paride Batini giustifica anche una speranza (e insieme una certezza): quella che Genova possa, e sia capace , di ritrovare se stessa, la propria anima, la propria vocazione.
L’omaggio davvero corale di tutta la città nelle sue espressioni più diverse, il ritrovare la propria lingua (le parole, le espressioni), il conoscersi finalmente, ri-uniti anche da quanto nel tempo ha costituito fonte di conflitti e incomprensioni, fa della morte del Console “occasionale” qualcosa di più che una semplice “occasione” di lutto e compianto.
Immagino che Batini stesso, infastidito dagli aspetti rituali della sua scomparsa, si sia augurato che essa potesse segnare l’inizio di una nuova fase di pacificazione: sulle banchine del porto, ma anche in questa città, insuperabile nel dilaniarsi da sola, dopo che persino i nazisti l’avevano risparmiata.
Stringersi la mano. Ritrovare la lingua comune, senza rinunciare a pur necessari momenti di contrapposizione, dura ma sempre leale: questo, credo, è ciò che il Console deve essersi augurato nel separarsi da noi.
L’evento straordinario non è stato la prevedibile partecipazione al lutto da parte della città istituzionale e della comunità portuale, ma – appunto – il sentirsi per la prima volta dopo tanto tempo (quel 25 aprile?) una comunità, consapevole della propria storia ma anche del proprio futuro che di essa non può fare a meno.
La figura del Console non è appannaggio di un gruppo particolare: non appartiene neppure alla persona Batini. Quella figura può trascendere l’”occasionale” e trasformarsi nel simbolo della ritrovata concordia in una città che i più giudicano discorde per antonomasia.
Coltivare con cura questa speranza servirà anche a disperdere la nebbia della malinconia ideologica, senza illusioni o nostalgie per un passato che non torna. I percorsi delle rivoluzioni sono storti e imprevedibili come i sentieri dei boscaioli di Heidegger: sono, per dirla nel dialetto amato da Batini, dei “rebighi” pieni di ostacoli, regressioni, inaspettate aperture.
Per non perdersi, è necessario stare insieme. Deporre le armi non sempre significa arrendersi.
Michele Marchesiello è magistrato.

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