Il movimento si ricompatta e sfila con i rifugiati

Il Manifesto 26/04/09

IN PIAZZA Centri sociali, precari, insegnanti, antirazzisti, collettivi studenteschi: tutti in corteo dietro ai profughi sgomberati e picchiati
africani perseguitati
Alessandro Braga MILANO
MILANO
Erano lontani, ancora in corso Venezia, quando i manifestanti hanno subissato di fischi il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni. Lontani, anche fisicamente, da quelle istituzioni che non vogliono riconoscere i loro diritti. Ad accoglierli, al loro arrivo in Duomo, applausi. Perché è vero, sacrosanto, che quella piazza, quel giorno, non può essere di tutti. Ma quella piazza sa anche chi è ospite indesiderato e chi, invece, diventa una specie di ospite d’onore. I primi, quelli che vorrebbero trasformare la festa della Liberazione in una festa della libertà (patinata e di plastica come il loro leader), vengono presi a pesci in faccia. Per i secondi, quelli che ancora oggi lottano per la loro libertà e per vedere riconosciuti i loro diritti, solo applausi.
In corteo, a festeggiare il 25 aprile, c’erano anche i rifugiati politici del Corno d’Africa che la scorsa settimana avevano occupato un residence abbandonato a Bruzzano, periferia nord di Milano. È tutta la settimana che scendono in piazza. Si sono beccati manganellate, ripetuti censimenti, retate per costringerli a soggiornare nei dormitori comunali. La liberazione, per loro, non è ancora arrivata. La solidarietà, sì. Che Milano, almeno il 25 aprile, si ricorda ancora di non essere solo la città della moda e del design, ma anche medaglia d’oro alla Resistenza. Sono stati i veri protagonisti dello spezzone più vivace del corteo, quello più colorato. Hanno cantato, ballato, festeggiato. Gridato a gran voce i loro slogan, le loro richieste. Legittime, sancite anche da leggi internazionali. Davanti a loro, uno striscione che li identifica, dice a tutta la città chi sono: «Siamo rifugiati vittime del fascismo e del razzismo, il 25 aprile è libertà per tutti gli esseri umani». Rifugiati, regolari, con permesso di soggiorno per motivi umanitari, qualcuno con carta d’identità e passaporto italiani, non «maledetti clandestini», come li vorrebbe il vice sindaco meneghino Riccardo De Corato. Molti di loro arrivano da paesi che hanno subito il giogo colonizzatore fascista. I loro padri, i loro nonni hanno combattuto, sono morti, per la bandiera italiana. Si sentono un po’ italiani anche loro. «La mia prima patria è l’Eritrea, la seconda l’Italia», dice Asheid. Il 25 aprile è anche la loro festa. Adesso, scappati da situazioni di guerre civili e povertà, chiedono al paese che ieri ha festeggiato la sua Liberazione di dare una mano anche a loro a vedere riconosciuti almeno i loro diritti elementari: una casa stabile, progetti di integrazione nella società italiana, la possibilità di cercarsi un lavoro dignitoso.
Dietro di loro, tutto il movimento antagonista milanese: i ragazzi del Cantiere, con il loro sound system, hanno fatto ballare per tutto il corteo i rifugiati. C’era anche il comitato «Per non dimenticare Abba», il ragazzo diciannovenne originario del Burkina Faso ucciso a sprangate nel settembre scorso da due commercianti italiani per aver «rubato» qualche pacchetto di biscotti dal loro negozio. I Collettivi studenteschi con lo striscione che rivendica «un sapere partigiano di diritti e libertà, contro razzismo e paura». E poi ReteScuole, gli insegnanti che combattono contro la riforma della scuola pubblica voluta dal ministro Gelmini. E i lavoratori precari, che chiedono lavoro e dignità. Anche i no global, i Corsari, qualche spezzone della sinistra alternativa milanese.
Tutti insieme (e non è mica facile), dietro un centinaio di ragazzi che vogliono solo vedere riconosciuti i loro diritti. E che intanto, festeggiano la nostra Liberazione.

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