E Silvio archivia la Liberazione

Il Manifesto 26/04/09
Tutti insieme dobbiamo costruire un sentimento nazionale unitario per un nuovo inizio della nostra democrazia repubblicana, finalmente pacificata La chiesa fece la sua parte con coraggio, per evitare che concetti odiosi come la razza o la differenza di religione diventassero motivo di persecuzione e di morte
Micaela Bongi
INVIATA A ONNA
Sceso dall’elicottero, arriva tra le macerie di Onna su una jeep della polizia seduto accanto a Guido Bertolaso, che però non scende dall’auto insieme a lui. E dopo i saluti, le strette di mano, la cerimonia davanti al monumento che ricorda le 17 vittime della strage nazifascista del giugno ’44, e ancora saluti, strette di mano, rassicurazioni e consigli, se ne va con annodato al collo il fazzoletto tricolore della Brigata Maiella, dono degli ex partigiani alla fine del suo discorso.
E così, il primo 25 aprile di Silvio Berlusconi si conclude, nel paese martoriato dal terremoto, come meglio il premier non avrebbe potuto sperare. Con il fazzoletto sulle spalle, per poi eventualmente riporlo in soffitta insieme alla lotta di Liberazione. Perché il 25 aprile dovrà diventare la Festa della Libertà, per «togliere a questa ricorrenza il carattere di contrapposizione che la cultura rivoluzionaria le ha dato e che ancora divide piuttosto che unire». Un tratto di penna e via: «Diciamo tutti insieme, accanto a viva Onna e viva l’Abruzzo, viva la nostra repubblica democratica e viva il 25 aprile, viva la festa di tutti gli italiani che amano la libertà e che vogliono restare liberi. La festa della libertà riconquistata». La Resistenza? Bè, dire «viva» anche quella, come gli chiedeva Dario Franceschini, è troppo. E’, «con il Risorgimento, uno dei valori fondanti della nostra nazione». Ma si guardi avanti. Sì, anche «i comunisti», insieme ai «cattolici, i socialisti e i liberali, gli azionisti e i monarchici, di fronte a un dramma comune scrissero, ciascuno per la loro parte, una grande pagina della nostra storia sulla quale si fonda la Costituzione». Sì, nella stesura della Carta «si incanalò la saggezza» di «De Gasperi e Togliatti, Terracini e Nenni, Pacciardi e Parri». Ma ora è il momento di «un nuovo inizio della nostra democrazia repubblicana». La democrazia di «una nazione libera che non ha bisogno di miti. Occorre ricordare anche le pagine oscure della guerra civile, quelle nelle quali chi combatteva dalla parte giusta ha commesso degli errori, si è assunto delle colpe».
Tutti convinti e contenti? Non proprio. Anche perché a Onna il premier è preceduto dalle parole pronunciate a Roma, all’Altare della patria, sui repubblichini, sulla «pietà che deve andare anche a coloro che credendosi nel giusto hanno combattuto per una causa che era una causa persa» e dunque «rifletteremo» pure sulla proposta di legge che chiede di equipararli ai partigiani. Sul piazzale davanti alla tendopoli, Vincenzo Tirone, 83 anni, «patriota della Maiella, Cavaliere della repubblica» – si presenta – tira fuori dal portafoglio la sua foto di diciannovenne, «pietà per i repubblichini? Berlusconi deve capire che la libertà gliela abbiamo data noi». E più tardi, sebbene il premier abbia provato a correggere le sue dichiarazioni con un «rispetto anche per quelli che hanno combattuto dalla parte sbagliata non significa neutralità o indifferenza», Ubaldo Grossi, partigiano di Sulmona, non è rasserenato: «Berlusconi è alla guida di un governo di cui tutti conoscono l’orientamento, l’accostamento tra partigiani e repubblichini si commenta da solo».
A precedere il Cavaliere, anche Dario Franceschini, che aveva lanciato l’invito al premier ma se ne va prima del suo arrivo, e incrocia invece brevemente il leader dell’Udc Pierferdinando Casini. Il segretario del Pd, accompagnato dal deputato abruzzese Giovanni Lolli, depone una corona e poi, dopo una breve esitazione, entra nella tendopoli chiedendo alle telecamere di restare fuori. Si intrattiene con Gianfranco Busilacchio, del comitato onlus e proloco di Onna che lo informa sulla situazione del campo, «c’è il problema dell’igiene personale, altri campi sono attrezzatissimi, qui abbiamo solo due moduli che, ci hanno detto, arrivano dall’Iraq, per gli anziani non vanno bene. E poi i vigili del fuoco hanno dato il sangue ma ora è da una settimana che devono lavorare per l’arrivo del papa e di Berlusconi». Il leader del Pd assicura l’impegno del partito e va via perché «qui creiamo solo disagio». Già, le passerelle, «tutte queste visite non si sa quanto fanno bene – dice più tardi, sentendo arrivare l’elicottero, un vigile del fuoco – oggi dovremmo sistemare questo pantano ma dobbiamo aspettare», aggiunge indicando il vialone di fango. Perché, come è scritto su una roulotte della protezione civile, oggi è il giorno in cui «verrà effettuato il cambio delle lenzuola dando la priorità alle persone che non le possono recuperare nelle loro abitazioni», ma è anche il primo 25 aprile di Silvio.
E allora si aspetta ancora Berlusconi, accanto a una palazzina mezza crollata poliziotti e militari della guardia di finanza invitano la piccola folla a allontanarsi dai muri. «E’ arrivato?», si domanda. Pare di sì, «ma la macchina è rimasta impantanata». Si aspetta ancora, all’ingresso del paesino distrutto un gruppo di persone protesta perché i militari non permettono a tutti di entrare, troppo tardi, poi fanno un’eccezione.
Il premier è arrivato. Saluti e strette di mano, la celebrazione, il discorso, ancora. Se alla fine ha deciso di concedere il suo riconoscimento anche ai comunisti, il Cavaliere non può certo far torto alla chiesa che – azzarda smentendo quanto disse Gianfranco Fini sulla mancata opposizione alle leggi razziali – «fece la sua parte con vero coraggio, per evitare che concetti odiosi come la razza o la differenza di religione diventassero per molti motivo di persecuzione e di morte». Cita il comunismo, il premier, non il fascismo. O meglio, lamenta: «Per tutti si affermò come valore prevalente l’antifascismo, ma non l’antitotalitarismo».
Dunque «oggi, 64 anni dopo il 25 aprile 1945 e a vent’anni dalla caduta del muro di Berlino, il nostro compito, il compito di tutti, è quello di costruire finalmente un sentimento nazionale unitario». Mettendo «da parte ogni polemica», ma ricordando che «in democrazia il voto del popolo merita l’assoluto rispetto da parte di tutti». Il «popolo», la «libertà». La pacificazione sotto il segno di Silvio.
Saluti, strette di mano, richieste di aiuto, consigli per gli acquisti, di mobili Ikea. E l’annuncio della sua nuova missione: «Mi sto adoperando con gli Stati Uniti e la Russia affinché non ci sia più la minaccia nucleare per i nostri figli».

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