Tra i dannati dei centri immigrati “In trappola a Malta, sognando l´Italia”
Repubblica 23/04/09
Fino a 18 mesi di detenzione, in 70 in una stanza
Oggi a Bruxelles cena tra Maroni e il suo collega maltese. “Ma Roma ha esagerato”
DAVIDE CARLUCCI
DAL NOSTRO INVIATO
LA VALLETTA – Il lungo viaggio di Abdoul era cominciato in Somalia, poi il Sudan, il Sahara, la Libia. Infine la barca, con venticinque persone a bordo, che l´avrebbe fatto arrivare in Sicilia. Qualcosa però è andato storto. «Il carburante è finito e ci siamo ritrovati in acque maltesi». Era il settembre del 2007 e da allora il ventiduenne somalo si ritrova intrappolato a Malta. «Sono stato cinque mesi in un centro di detenzione, ora sono nell´open center di Marsa». L´open center (gestito da Suret il bniedem, associazione non governativa finanziata con fondi europei), l´equivalente di un nostro centro di accoglienza, è un appendice d´Africa nel primo lembo d´Europa. Una vecchia scuola inagibile in quartiere malfamato vicino il vecchio porto della Valletta. Fortunato chi riesce a entrarci. «Non ci sono letti disponibili», avverte un cartello all´entrata. La camera da letto di Abdoul è dentro uno dei vecchi laboratori scolastici: «Siamo settanta per stanza ogni notte», racconta. I letti a castello sono ventidue, tutti occupati. Gli altri dormono per terra. I bagni sono devastati, pieni di escrementi, il fetore è insopportabile. Per usufruirne di notte si fa la fila. L´acqua calda è un miraggio, i termosifoni non esistono e quest´inverno ci si è arrangiati con le stufe elettriche, pericolosissime anche perché spesso la pioggia penetra dal soffitto. In un piano dell´ex edificio scolastico quattro somali, circondati da bombole a gas, si dannano per far bollire la pasta su un fornellino messo sotto un tavolo. Così – e non raccontiamo quello che succede all´esterno la sera, tra risse, spaccio e prostituzione – vivono più di mille aspiranti clandestini in Italia. Ma questo è il meglio che possa capitare a chi sbarca a Malta.
Il peggio è il centro di detenzione di Hal Safi, a due passi dall´aeroporto di Luqa. Lì si rischia di restare chiusi dietro le sbarre per un anno e mezzo. «Il vostro ministro Maroni ce la voleva copiare, questa permanenza così lunga – dice soddisfatto un esponente del partito nazionalista, al potere a Malta da oltre vent´anni – ma non c´è riuscito, non gliel´hanno fatta passare». Al centro di detenzione gli immigrati arrivano ammanettati. Qui sono per la maggior parte nigeriani e non possono nemmeno tentare la strada dello status di rifugiato per ragioni umanitarie, come chi viene dal Corno d´Africa. Anche ad Hal Safi, un complesso di ex baracche militari dell´esercito inglese dove sono rinchiusi 1665 migranti, tutti dicono di essere lì per sbaglio. «Io volevo andare a Roma, avrei lavorato come parrucchiera», racconta una donna. Un´altra dice di aver perso il marito durante la traversata. Su questo centro Medici senza frontiere ha presentato, una settimana fa, un rapporto durissimo, intitolato “Not criminal”. «Hanno esagerato – replica Brian Gatt, comandante del servizio di detenzione maltese – ma devo essere onesto, le difficoltà ci sono: il numero degli sbarchi, nel 2008, è quasi raddoppiato». Le organizzazioni non governative, per lo più cattoliche, sono però molto preoccupate. Joseph Cassar, responsabile di un´organizzazione di gesuiti, assicura che scabbia e tubercolosi sono all´ordine del giorno e che il rischio di incidenti è altissimo.
Questa è la nazione che dovrebbe aiutare l´Italia a contenere la spinta migratoria. Che avrebbe deviato, come dice Maroni, quarantamila irregolari (l´equivalente del dieci per cento della popolazione dell´isola) verso la Sicilia. Tra il ministro dell´Interno italiano e il suo collega maltese Carmelo Mifsud Bonnici la pace – dopo lo scontro diplomatico per i soccorsi alla nave Pinar – dovrebbe avvenire stasera a Bruxelles, nel corso di una cena organizzata dal Commissario europeo Jacques Barrot. Mifsud Bonnici, un professore di Diritto romano che parla bene l´italiano, sta preparando però un controdossier. «Le cifre fornite da Maroni sono assurde e si fondano sul presupposto che i salvataggi nelle acque internazionali di nostra competenza spettino a noi. E invece il diritto internazionale è chiaro: a noi tocca coordinare i soccorsi ma le navi vanno scortate verso il porto più vicino». Anche i laburisti, all´opposizione, condividono la linea del governo. «Il peso dell´immigrazione non può ricadere tutto su di noi», ha detto ieri il leader Joseph Muscat al capo delle Nazioni unite Ban Ki Moon. E Louis Grech, europarlamentare del Pse, dice che il comportamento Italiano sul caso Pinar è stato vissuto, dai maltesi, come quello di un «fratello maggiore». Ovvero con prepotenza (detto elegantemente).

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