“Dare più poteri al premier si può ma attenti a derive autoritarie”
Repubblica 23/04/09
Base di democrazia
Bicameralismo obsoleto
Governabilità e poteri
L´altolà di Napolitano: la Carta non è un residuato bellico
Lectio magistralis del Capo dello Stato al Regio di Torino: avviare il confronto sulle riforme
La Costituzione garantisce la democrazia non può essere ignorata neanche in forza di una investitura popolare
Serve una riforma costituzionale che superi l´anomalia di un anacronistico bicameralismo perfetto
La rappresentatività del Parlamento, l´autonomia dei magistrati, non si sacrificano sull´altare della governabilità
GIORGIO BATTISTINI
TORINO – La Costituzione «non è un residuato bellico», non è una «semplice carta dei valori». E´ la legge fondamentale, «architrave dell´ordinamento giuridico e dell´assetto istituzionale» del nostro Paese. E «in quanto tale va applicata e rispettata».
Giorgio Napolitano approfitta d´una “lectio magistralis” al teatro Regio di Torino, nel corso della prima edizione di Biennale Democrazia organizzata dal professor Gustavo Zagrebelsky, per una messa a punto dura, anche tagliente. E per un invito, giusto a metà del suo settennato al Quirinale, ad avviare finalmente la tanto attesa stagione costituente. Una difesa della Costituzione (che «non fu mai intesa come manifesto ideologico e politico di parte») da certe freddezze della maggioranza e da certe rigidità dell´opposizione. Rispettare la Costituzione, dice il presidente, significa riconoscere il ruolo fondamentale del controllo di costituzionalità e dunque l´autorità delle istituzioni di garanzia (che non dovrebbero mai diventare oggetto di attacchi politici e giudizi sprezzanti), e tantomeno esser visti come «elementi frenanti del processo democratico».
«La suprema carta è stata voluta così, con l´occhio rivolto ai modelli dell´Occidente democratico», con «limiti», come la rappresentatività del Parlamento e l´indipendenza della magistratura, «che non possono essere ignorati nemmeno in forza dell´investitura popolare, diretta o indiretta, di chi governa». Il rischio semmai è un altro. E «del tutto legittimo verificare quale nuovo rafforzamento del governo, e di chi lo presiede, si possa introdurre sulla base di motivazioni trasparenti e convincenti», dice il presidente, avvertendo però che già Norberto Bobbio disse che “la denuncia della ingovernabilità tende a suggerire soluzioni autoritarie”. «Un monito, quest´ultimo, che non si dovrebbe dimenticare mai».
Però attenzione. I costituenti non immaginarono una «visione statica» della Carta, progettarono anzi precise procedure di revisione, «pienamente legittime e obiettivamente fondate». I partiti «convergono largamente» sulla necessità di revisione e adeguamento della seconda parte della Costituzione. Pur non potendo esprimere indicazioni precise il presidente esorta a uno «sforzo di realismo e saggezza per avviare un confronto con la più ampia condivisione nello spirito di una rinnovata stagione costituente». E la priorità è quella del «superamento dell´anomalia di un anacronistico bicameralismo perfetto». Un forte applauso Napolitano l´ha ottenuto quando ha usato accenti critici sulla legge elettorale. «Non si può ricorrere a semplificazioni del sistema e a restrizioni dei diritti in nome del dovere di governare».
Coraggio, sembra dire il capo dello Stato parlando a pochi metri da palazzo Carignano, sede del primo Parlamento dell´Italia unita dal Risorgimento, «non si riparte da zero, tutte le parti devono dar prova di consapevolezza riformatrice e spirito di misura». Non si riparte da zero, ripete ancora una volta per “caricare” gl´incerti. I termini di molte questioni sono «sensibilmente mutati». E ammette, pensando a Berlusconi, che la «Costituzione del ‘48 fu certamente contrassegnata da una accentuazione delle prerogative del Parlamento rispetto a quelle del governo, le cui esigenze di stabilità ed efficienza decisamente rimangono in secondo piano. Ma molte cose da allora sono cambiate. Tant´è che oggi lo stesso Giuliano Amato giudica obsoleta la tradizionale constatazione di debolezza del governo nei confronti del Parlamento».

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