Obama apre la porta al processo alle torture

Il manifesto 22/04/09

USA Il presidente non scarta un’inchiesta sugli «interrogatori»

Matteo Bosco Bortolaso
Il processo alle torture dell’era Bush si farà. Ieri il presidente Barack Obama ha aperto la porta all’idea di una commissione speciale per indagare – ed eventualmente punire – i responsabili di metodi di interrogatorio inumani.
«Se e quando servirà un resoconto più completo dell’accaduto, penso che il Congresso ne dovrà esaminare le modalità, in maniera bipartisan», ha detto Obama rispondendo alle domande dei giornalisti durante una mini-conferenza stampa seguita all’incontro con il re Abdullah di Giordania, che ieri era in visita a Washington.
Il presidente ha precisato che il Congresso dovrà evitare lo stile «da udienza», che spesso «corre lungo le linee di partito». Bisogna invece «adottare un approccio più assennato». Obama ha misurato accuratamente quel che diceva: non si deve «dare ad una parte o all’altra il vantaggio politico, si deve invece imparare le lezioni dal passato e andare avanti in maniera efficace».
Il problema, continua il presidente, è spinoso: portare le torture sotto i rifettori rischia di creare un dibattito «così politicizzato che potremmo ritrovarci bloccati, impossibilitati ad andare avanti in maniera efficace, ostacolati in operazioni critiche per la sicurezza nazionale». E’ perciò improbabile che la Casa Bianca adotti l’idea di una «commissione per la verità», propugnata nei mesi scorsi da due parlamentari democratici, il senatore Patrick Leahy del Vermont e il deputato John Conyers del Michigan. Comunque, annotano i giornalisti del sito Politico.com, «i commenti di Obama erano nettamente più positivi nei confronti di questa idea rispetto alle reazioni di altri funzionari alla Casa Bianca, che avevano bocciato ripetutamente la proposta» della commissione.
Il presidente ha già detto altre volte che le spie responsabili delle torture non saranno processate. Diversa, invece, la situazione per gli esperti di diritto che hanno scritto i documenti che hanno reso legali le torture. In altre parole: va punito il cervello, non il braccio. Ieri il presidente ha comunque precisato che a decidere sarà «il ministro della giustizia, soppesando i parametri di varie leggi, e non voglio pregiudicare questo processo» perché «stiamo parlando di argomenti molto complicati». Gli autori delle carte della tortura sono John Yoo, Jay Bybee e Steven Bradbury, che – non a caso – sono pure i protagonisti di un rapporto che l’ufficio etico del dipartimento di giustizia sta preparando. Gli insider dicono che il documento è fortemente critico nei confronti del terzetto, che potrebbe andar contro a sanzioni. Forse anche accuse per crimini, ma è improbabile.
Sempre secondo i ben informati, a dirigere l’indagine potrebbe essere John Durham, magistrato che ha passato oltre un anno indagando sulla distruzione dei nastri della Cia che provano gli interrogatori più raccapriccianti.
Il dibattito politico sulle torture, naturalmente, è già esploso. Anche Dick Cheney, ex numero due alla Casa Bianca di George W. Bush, ha detto la sua. Parlando con Fox News, il vicepresidente dell’era repubblicana ha rivendicato l’efficacia del waterboarding, la simulazione dell’annegamento, e delle altre tecniche utilizzate dalle spie Usa contro i presunti terroristi. Il falco, vero e proprio architetto della guerra al terrore targata Bush, ha chiesto alla Cia di declassificare nuovi documenti che, a suo dire, proverebbero che la tortura dà buoni risultati.
La tesi di Cheney è contestata dal New York Times, giornale che a più riprese ha scritto dell’inefficacia del waterboarding. La posizione dell’ex numero due è attaccata da Obama a livello filosofico: durante il suo discorso di insediamento, il presidente aveva detto che quella tra i valori («non si tortura») e la sicurezza («ma dobbiamo evitare un nuovo 11 settembre») è una «falsa scelta».
Da sinistra, invece, Dianne Feinstein, una democratica californiana che guida la commissione intelligence del Senato, chiede a Obama di aspettare i risultati di un’indagine che la stessa commissione ha avviato. Ci vorranno altri sei o otto mesi. Pure la commissione per i servizi armati sta preparando un rapporto sulle tecniche di interrogatorio. Il processo all’era Bush, insomma, andrà avanti a lungo.

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