Milano, tafferugli tra polizia e rifugiati sgombero in tenuta antisommossa, sette feriti

Repubblica 22-04-09

In duecento occupano i binari delle Ferrovie Nord e la provinciale per Meda. “Presi a manganellate e trascinati via con la forza”

Si erano accampati in un residence abbandonato Fatti sloggiare, si sono ribellati
Il Comune ha offerto cento posti letto in un dormitorio ma loro hanno detto no

MILANO – S´erano accampati in un residence abbandonato, un palazzo diroccato che nei decenni scorsi aveva ospitato profughi albanesi e alloggi per poliziotti, e ne avevano fatto la loro dimora temporanea. Ieri, dopo quattro giorni di trattative e minacce di sgombero, si sono presi un pezzo di estrema periferia nord di Milano, tra i quartieri di Bruzzano e Comasina: striscioni in mano, in corteo sui binari delle Ferrovie Nord e poi sulla provinciale Milano-Meda, due arterie che ogni giorno riversano decine di migliaia di pendolari sul capoluogo.
Loro, duecento rifugiati del Corno d´Africa compresi una trentina di donne e bimbi, decisi a trovare un tetto vero dopo mesi a vagare tra i dormitori e le panchine della città. Di fronte, un cordone di poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa. Aria avvelenata, cariche, manganelli che volavano a pochi metri dalle carrozzine, migranti trascinati via di peso dalla massicciata e poi dalla superstrada, finché i cancelli dell´ex ospedale psichiatrico Paolo Pini e del parco che lo circonda non hanno accolto per una notte all´umido i reduci di una giornata di battaglia urbana. A sera si contavano sette feriti tra gli africani, ma altri hanno rifiutato di essere medicati dai sanitari, e un poliziotto contuso.
La giornata di tensioni e scontri è cominciata a metà mattina, quando una cinquantina di immigrati – lunedì erano stati censiti dalla polizia in 299, 210 dei quali eritrei, tutti con permesso di soggiorno o diritto d´asilo – è rientrata al residence Leonardo da Vinci di via Senigallia, dopo aver fatto colazione in centro dai francescani, e si è ritrovata l´ingresso sbarrato da un cordone di forze dell´ordine. «Controlli», la motivazione ufficiale. Poi l´ultimatum: chi è dentro può restare ancora una notte, chi è fuori s´arrangia. Dietro i cancelli della struttura c´è un rapido passaparola, spuntano gli striscioni, uno in viola recita «We are refugees, we need peace». Poi esondano, tutti insieme, e raggiungono i binari distanti pochi metri. La reazione di polizia e carabinieri è energica, mentre sei treni sono costretti a fermarsi. I migranti alzano le braccia, fanno resistenza passiva, dopo un paio di avvisi vengono portati via di peso, il primo grumo di rivolta viene sedato in 20 minuti.
Non è finita. Il fronte – eritrei, somali, sudanesi, cingalesi, c´è il consigliere regionale di Rifondazione Luciano Muhlbauer che da giorni segue la vicenda, ora ci sono anche una cinquantina di antagonisti dei centri sociali – viene spostato poco più in là, alla stazione ferroviaria di Bruzzano, mentre le ambulanze soccorrono i primi feriti. Arriva una prima offerta dal Comune, che offre cento posti letto nel dormitorio di viale Ortles, dall´altra parte della città: respinta. E parte un corteo a piedi, alle 14 la protesta occupa la Milano-Meda, tra i rifugiati si fa strada l´idea di andare a piedi fino al confine con la Svizzera: «Siamo ex soldati, la cosa non ci spaventa».
Il corteo viene spostato su una rampa e poi su un cavalcavia, ci sono cariche, gli scontri più violenti, il serpentone umano sbanda. La calma torna a fatica dopo un´altra mezz´ora, a piccoli gruppi i manifestanti raggiungono l´ex Paolo Pini, struttura gestita da una cooperativa che ospita un ostello, una chiesa ortodossa eritrea, uffici dell´Asl e dell´ospedale Niguarda. Al coperto non c´è posto, gli immigrati s´accampano sull´erba e sotto i portici per la notte. Alle 18, per tutti, c´è un piatto di pasta o due fette di pane col sugo. L´idea di marciare ancora verso le circonvallazioni o piazza della Scala – a metà pomeriggio Palazzo Marino era stato transennato per precauzione – viene abbandonata dopo un´assemblea per manifesta stanchezza. La miccia, però, resta innescata.

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