E l’anti-razzismo? È finito ostaggio dello scontro tra Israele e Iran

IL VERTICE Dopo la «battaglia» di ieri a rischio la dichiarazione comune di condanna di razzismo e xenofobia

Alberto D’Argenzio
BRUXELLES
Di razzismo non si parla, almeno non a Ginevra e almeno non per ora. Le parole di Ahmadinejad, l’uscita dalla sala degli ambasciatori europei ed ancor prima il boicottaggio di Usa, Israele, Italia, Olanda, Polonia, Germania, Canada, Nuova Zelanda e Australia, rischiano di liquidare il vertice mondiale sul nascere. Sarà dura per Ban Ki-moon e soprattutto per l’anima di Durban II, l’Alta commissaria dell’Onu per i diritti umani Navi Pillay, salvare il salvabile, che in fondo è una dichiarazione univoca ed universale contro razzismo, xenofobia, islamofobia e antisemitismo. Un testo, o meglio, ancora una bozza di conclusioni, finita ormai ostaggio di due mondi che si fanno la guerra sulla pelle di chi il razzismo, nelle sue diverse declinazioni, lo vive in prima persona. E sono molti. «Sono profondamente deluso – ha detto ieri il Segretario generale delle Nazioni unite puntando il dito sul partito del boicottaggio – rimpiango profondamente che alcuni abbiano scelto di farsi da parte. Spero che non duri a lungo».
Tra chi non va a Ginevra e chi ci va per dare battaglia, rimane ben poco sul tavolo e quel poco è un testo che nella sua ultima versione, decisa per consenso venerdì scorso, non menziona direttamente Israele e nemmeno i territori occupati (ma sì include un riferimento all’Olocausto ed alla necessità di non dimenticare quel genocidio). Mancano, insomma, quegli aspetti che avevano portato all’abbandono da parte di Stati uniti ed Israele della Conferenza di Durban del 2001. Il problema è che è comunque presente nel testo un richiamo proprio alle conclusioni della riunione in Sud Africa di otto anni fa, quelle dello scandalo e dell’abbandono. A questo, a un richiamo, si aggrappa il partito del boicottaggio, un partito che spacca l’Unione europea, anche se non in parte uguali.
Ieri gli ambasciatori dei 23 paesi della Ue (su 27) che si sono recati a Ginevra hanno levato le tende alle parole di Ahmadinejad, ma solo per il suo intervento: non abbandoneranno la Conferenza. Almeno non per il momento. La Commissione Ue, presente come osservatrice, ha ricordato che il testo pur non essendo «ideale, ma il frutto di un compromesso», rispetta comunque «le linee rosse» fissate dai 27. L’esecutivo comunitario, ha affermato una portavoce, intende comunque «reagire in modo appropriato» a eventuali «dichiarazioni inaccettabili». Parole spese prima dell’intervento di Ahmadinejad.
«Il documento finale – ha detto ancora Ban Ki-moon – è molto equilibrato e stabilisce un quadro concreto di azione in una campagna globale alla ricerca della giustizia per le vittime del razzismo nel mondo». Dal testo, oltre a mancare i riferimenti a Israele, è stato eliminato anche l’articolo sulla «diffamazione di religione», un punto reclamato da molti paesi musulmani ma condannato da quelli occidentali per i suoi possibili effetti sulla libertà di espressione. «La migliore replica a questo tipo di eventi – ha dichiarato ieri Pillay riferendosi a presenti ed assenti – è di rispondere e correggere, non di ritirarsi e boicottare la Conferenza». Anche perché, fa notare l’Alta commissaria per i diritti umani dell’Onu, chi non è d’accordo può sempre chiarire la propria posizione con una nota a pie di pagina, una pratica di routine nei negoziati internazionali. Evidentemente quando ci sono di mezzo Ahmadinejad e Israele la routine salta.

I commenti sono chiusi.