Quei bravi ragazzi a caccia di «maranza»

Repubblica 20-04-09

MILANO  Tra fascismo, droga e xenofobia

Domanda Michele: «Non si può dargli fuoco a tutte ‘ste merde? Non si può uscire di casa tutti insieme e dargliene di santa ragione?». Risponde Nicola, studente all’Università Cattolica di Milano: «Bravo hai detto bene stiamo organizzando, ti farò sapere se veramente vuoi ammazzarli». Ma ammazzare chi? «Al maranza calci e pugni nella schiena tanto a noi non ci fa pena», precisa Gabriele. Rilancia ancora Nicola: «Ragazzi! Per tutti quelli che sono d’accordo a fare del male fisico a sti maranza, stiamo organizzando una commissione». La chiosa è di Lele, ultras milanista: «L’Italia a noi italiani! Dobbiamo essere più uniti e farci rispettare!».
Vola su internet la xenofobia dei giovani boss del Corvetto, quartiere a sud di Milano, palestra criminale in cui violenza e omertà si impastano in un odio nerissimo contro l’extracomunitario: marocchino o egiziano, romeno o albanese. Nessuna differenza: qui lo chiamano «maranza». Contro di lui le «baby face» di periferia si mobilitano e cercano adesioni. Facebook è un volano ideale. Michele, Nicola, Gabriele, Lele animano il gruppo Per quelli che dicono no hai maranza in Corvetto. L’evidente errore di ortografia segna il passo di una sottocultura criminale alimentata con i simboli del Ventennio e che oggi dilaga nelle nuove banlieue milanesi.
Sono tanti questi ragazzi. Forse venti, forse di più, al commissariato Mecenate non sanno dire, stanno indagando. Ma è difficile, al Corvetto nessuno parla. La gente ha paura. Per ora, agli atti, c’è solo un punto di partenza fissato dalla denuncia a cinque giovani, tutti fra i 20 e i 28 anni, accusati di incendio doloso. La notte del 2 aprile hanno dato fuoco a otto motorini parcheggiati davanti alla banca Unicredit di corso Lodi. I fatti stanno nelle carte trasmesse ieri alla procura di Milano. Si legge che a incastrare i cinque giovani sono stati i filmati delle telecamere esterne all’istituto di credito. «Quella sera – racconta il commissario Francesca Fusto – nessuno ha chiamato il 113». L’allarme è stato dato da una volante che passava di là. Nei video i volti dei cinque sono ben in evidenza. Inquadrati mentre esultano e si abbracciano dopo aver appiccato l’incendio. Trovarli è stato semplice. Tutti hanno un lunghissimo elenco di precedenti penali.
Tra gli indagati c’è anche Francesco M., fondatore del gruppo su Facebook e capo della “batteria” armata. In casa di uno dei cinque, infatti, la polizia ha trovato diversi coltelli, una micidiale spada giapponese e tre accette, oltre al calendario storico di Mussolini e una fibbia dei Blood honour, gruppo neofascista degli ultras del Varese calcio.
Simboli nerissimi di un sentimento xenofobo che in realtà è solo strumento asservito a vere logiche criminali. Al centro di tutto c’è la droga: da spacciare a ogni ora del giorno e della notte. Lo fanno i “bravi ragazzi” come Francesco, lo fanno i maranza. Da qui la necessità di controllare il territorio e farlo militarmente mettendo in conto anche regolamenti in stile mafioso. Perché al Corvetto la presenza di Cosa nostra si è sedimentata negli anni. In questo quartiere oggi il narcotrafficante Guglielmo Fidanzati ha diverse basi operative. Mentre uomini legati al palermitano Luigi Bonanno e al clan Lo Piccolo trattano chili di cocaina nel seminterrato di un bar di piazza Angilberto.
Francesco e i suoi compari, invece, fanno base in piazza Gabriele Rosa. Sotto alla fontana a caratteri cubitali sta scritto: «Qui comanda Corvetto». Qui, ma anche nei bar di via dei Cinquecento, dove il solo passaggio di un estraneo crea scompiglio. «Hai bisogno di qualcosa? Sei uno sbirro?», la frase è sempre la stessa. Strada dopo strada non si incontrano stranieri. I maranza stanno più in là: in piazzale Ferrara e in via San Dionigi.
Al Corvetto, l’odio si respira a pieni polmoni. In questo lembo di periferia si cresce in fretta. Per non buscarle dal primo che passa. Ragazzi e ragazze, non c’è differenza. La strada è uguale per tutti. Quelli come Francesco lo imparano giorno dopo giorno seguendo le “imprese” dei più grandi. Lui ha un fratello maggiore in carcere per tentato omicidio: nel 2006 proprio in piazza Gabriele Rosa pestò a sangue un anziano che aveva “osato” chiedergli di spegnere il motorino. Tra i modelli da imitare ci sono anche tipi come Antonino Penna e Cristian Casalino, 23 e 22 anni, giovanissime leggende criminali arrestati l’11 febbraio 2008 per avere sparato con un fucile a canne mozze contro un buttafuori della discoteca Karma. Di più: quando la polizia è arrivata in via Mompiani per arrestare Casalino, la gente dei palazzi popolari ha urlato e alzato le mani sugli agenti, dando vita a scene di ordinario degrado identiche a quelle che si vivono in tutte le periferie delle grandi città. Perché il Corvetto a Milano è Scampia a Napoli o lo Zen a Palermo.

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