Pomodori e Skype

Il Manifesto  19-04-09

Un’inchiesta sociale sugli immigrati di San Nicola Varco, Piana del Sele. Sfruttati e allo stesso tempo ultramoderni

Il libro di Anselmo Botte Mannaggia la miserìa (Eddiesse 2009) racconta con la voce dei protagonisti la vita dei braccianti agricoli in un’area del Mezzogiorno d’Italia. Si tratta della frazione di San Nicola Varco nel comune di Eboli (Salerno), dove è nato un ghetto particolare abitato soprattutto da lavoratori marocchini insediati nelle strutture di un grande mercato ortofrutticolo, costruito e mai utilizzato per la sua funzione, dove essi vivono in condizioni che è facile immaginare data la miseria dei loro salari dovuta al supersfruttamento da parte dei padroni e dei caporali. «Mannaggia la miserìa, con l’accento sulla seconda i, è un’imprecazione ricorrente tra gli immigrati marocchini che vivono nel ghetto di San Nicola Varco. In quel mercato non si comprano né si vendono i prodotti della terra. C’è altra merce. Ci sono braccia, tante braccia». Così si legge nella presentazione del volume.
L’io narrante nella prima parte del libro è un bracciante marocchino, Bouchaib Hassan, che parla della vita quotidiana a San Nicola Varco attraverso una sorta di diario. Si comincia con la descrizione della giornata di lavoro durissima per il sole cocente che fa venire il mal di testa e, insieme alla fame e alla stanchezza, annebbia la vista. C’è l’analisi del modo in cui funziona il mercato del lavoro nella Piana del Sele con il mercato delle braccia. C’è la descrizione dettagliata dei salari e del taglieggiamento operato su di essi dal caporale che, nel caso specifico, è anch’egli marocchino. Con lui devi contrattare – giacché i lavoratori contrattano sempre anche nelle situazioni più difficili – ma te lo devi anche tenere buono. Merita disprezzo ma è anche lui è visto come un essere umano. L’io narrante afferma «odio tutti i caporali, anche quelli dei quali si racconta essere buoni o comunque meglio degli altri. Non solo perché ci sfruttano, ci fanno buttare il sangue, non ci pagano quanto e quando dovrebbero, ma perché, in questo modo, hanno tradito la nostra storia, la nostra cultura, la nostra natura? Badano ormai solo ai soldi, ad arricchirsi». E aggiunge: «È difficile comprendere che tutto questo è opera di un tuo fratello che ha perfino le tue stesse origini. I nostri sguardi non si incrociano mai, quando cerchi i loro occhi per scrutare e vedere in fondo alla loro anima, senti che si sottraggono. Non riescono a mascherare né a giustificare la scelta di snaturarsi per i soldi a scapito nostro». Dunque si guadagna troppo poco sia per i salari infimi che per il numero limitato di giornate di lavoro che si riesca a realizzare nel corso del mese. Eppure il magro guadagno realizzato permette una sopravvivenza che altrove (magari con salari più alti) non sarebbe garantita per chi si trova in condizione di irregolarità (come si trovano appunto i braccianti di San Nicola). E così il loro numero nel ghetto aumenta.
Già, il ghetto. È inutile dire come deplorevoli siano le condizioni abitative e igieniche. Manca tutto e questo lo sanno e lo dicono tutti. Il libro invece è interessante perchè mostra come i lavoratori rendono più umano e civile l’ambiente nel quale sono costretti a vivere. Nello stabilimento-ghetto non c’è l’acqua. Ma i braccianti provvedono, attraverso un’implicita organizzazione solidale, a riempire i bidoni ogni volta che ne fanno uso, andandola a prendere alla fonte, magari in bicicletta. Alla fine del libro Botte fornisce informazioni sulla struttura, la vita e l’organizzazione del ghetto attraverso l’analisi effettuata in tutto silenzio da uno dei suoi abitanti, Toufik Brimila, il quale, arrivato a San Nicola Varco nel 2002, se ne era andato dopo circa tre anni lasciando un quadernone rilegato dove in prima pagina si poteva leggere a caratteri cubitali: San Nicola Varco Eboli 2004. Nel quaderno è innanzitutto disegnata la pianta del ghetto: «Il campo è diviso in otto settori, che rispecchiano la sua conformazione strutturale. Segue l’elenco di tutta la popolazione e la sua distribuzione nei singoli settori». Brimila, bracciante precario, veniva da Setat e aveva interrotto gli studi universitari. Nessun «mercante di carne» – topos classico dell’immaginario razzista e progressista – lo aveva portato a San Nicola dal Marocco. Anzi: «Gli avevano parlato di questo posto, glielo avevano descritto e lui sapeva a cosa andava incontro». Semmai «quello che nessuno gli aveva fatto capire era lo svolgimento e l’articolazione interna di quella vita, che aveva i tratti e le caratteristiche di una originale comunità». A partire dal contatto di tutti con tutti. E questa dimensione umana del ghetto è uno degli elementi di forza del racconto.
Ma non è l’unico aspetto interessante. C’è una immagine sorprendente del Mezzogiorno, dove ai margini dei campi di pomodoro si trovano gli internet-point, dai quali i braccianti marocchini telefonano magari usando Skype. Sentiamo a proposito Buchabib: «Sono approdato sano e salvo all’internet-point, tiro un sospiro di sollievo. Il locale è vicino alla stazione dei carabinieri. Di fronte, separato solo dalla strada, si estende per molti ettari un fondo dove spesso ho lavorato. È piantato a pomodori, ma quest’inverno c’era la scarola. Sul marciapiede, davanti all’ingresso, è stato sistemato un gazebo di plastica, sotto il quale ci sono una ventina di marocchini seduti disordinatamente, su sedie di plastica. Guardando la tv satellitare collegata ai programmi di Al Jazeera». Insomma un misto di ultramodernità e di primitività osservabile in molte parti del mondo.
Le inchieste sociali di questo tipo scarseggiano nel nostro paese. Comunque grazie al «censimento generale di Brumila» (e al lavoro di Botte) sappiamo come stanno le cose a San Nicola, a partire da quanti sono i braccianti nel ghetto (più o meno 700) e dal fatto che questo enorme numero è il risultato di un continuo flusso in entrata significativo e di uno in uscita più modesto. Essi aumentano perchè il lavoro c’è. Il problema sono le condizioni. Attraverso i racconti di Buchabib e di Mahfud Aziz (seconda voce narrante), Botte ci fa conoscere un pezzo di nuova classe operaia multinazionale presente nel nostro paese – vivace, intelligente, a volte ironica – che mostra le sofferenze, ma anche le solidarietà e le amicizie, i legami con il paese di provenienza e la famiglia, le stesse lotte e l’incontro con il sindacato.

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