Obama: mea culpa su Cuba ma resta l´embargo

Repubblica 20-04-09

Chiuso il viaggio in Sudamerica: “Per cinquant´anni abbiamo sbagliato”
Conferenza stampa del presidente Usa: “Il popolo cubano non è libero, questo deve essere chiaro”

dal nostro inviato
new york – «La politica che abbiamo condotto per cinquant´anni non ha funzionato». Cuba, grande assente al vertice delle Americhe, ottiene il palco anche nella scena finale, la conferenza stampa con cui Barack Obama ha concluso il suo viaggio in America Latina. Con la sua ammissione il presidente americano chiude di fatto mezzo secolo di «guerra fredda» contro il comunismo caraibico, aprendo la strada a nuove relazioni con i fratelli Castro.
Non sarà una strada facile e neanche veloce perché, cosa che Obama ha voluto sottolineare, «la popolazione cubana non è libera, le questioni relative ai prigionieri politici, alla libertà di espressione e alla democrazia sono importanti e non possono essere soltanto accantonate». Sarà però una strada opposta a quella seguita per cinquant´anni dai presidenti americani in modo rigorosamente bipartisan (la rivoluzione castrista vinse ai tempi di Eisenhower ma trionfò con John Kennedy), con l´Urss potenza mondiale ma anche dopo il crollo sovietico, durante le crisi (cubane) degli anni ?80 e quelle più recenti, fino alla malattia di Fidel. Per quasi cinquant´anni tutto è ruotato attorno a una parola: embargo. Una misura (anch´essa decisa da Kennedy) passata nel corso dei decenni attraverso qualche modifica ma rimasta sempre in vigore, nella convinzione che con il blocco economico il regime castrista sarebbe prima o poi crollato come i vecchi Stati dell´orbita sovietica. Non è accaduto e adesso Obama ne prende atto.
A spingerlo è stata la risposta «positiva» data da Raul Castro alle misure della Casa Bianca di lunedì scorso, l´alleggerimento di alcune restrizioni, l´agevolazione dei viaggi nell´isola per i cubano-americani che a Cuba hanno familiari. Nessuna novità di grande rilievo, lo aveva fatto anche Jimmy Carter, ma un segnale preciso. Una risposta, quella di Raul, che Obama non poteva e non ha voluto ignorare, anche grazie alla pressione dei leader latino-americani, sempre più compatti nel chiedere la fine dell´embargo. «E´ un segnale di progresso, adesso esploreremo e vedremo se sono possibili passi avanti. C´è la possibilità di un dialogo franco, anche in aree critiche quali la democrazia ed i diritti umani». Per Obama «ignorare completamente Cuba» non porta a nessun cambiamento, mentre un dialogo «spero che possa portare nel tempo anche a Cuba i cambiamenti impressionanti che ci sono stati in questo emisfero». Per la Casa Bianca la fine dell´embargo resta al momento «lontana». Lo ha confermato Larry Summers, il principale consigliere economico di Obama, in una intervista alla Nbc. «Dipenderà da cosa fa Cuba e da come Cuba intende proseguire nel cammino».
Il vertice si è concluso con un altro siparietto di Chavez. Visto che il libro di Eduardo Galeano che ha regalato ad Obama (Le vene aperte dell´America Latina) in America è schizzato ai primi posti delle vendite di Amazon, il «caudillo» ha detto di aver salutato così il presidente Usa: «Mettiamoci in affari. Promuoveremo libri. Io ne darò uno a te e tu ne darai un altro a me».
Prima di ripartire da Trinidad&Tobago alla volta di Washington, il presidente Usa ha voluto anche spiegare il no a Durban II, la conferenza dell´Onu sul razzismo che si apre oggi a Ginevra: «La precedente conferenza è diventata una sessione in cui si è espresso antagonismo contro Israele in modo ipocrita e controproducente». Per questo motivo gli Stati Uniti avevano chiesto di cambiare il linguaggio di allora e rimuoverlo dai documenti di Durban II, cosa che «nonostante gli sforzi di diversi paesi» non è accaduta. Come conseguenza la Casa Bianca «ha deciso di non dare un imprimatur a qualcosa che non condividiamo».

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