Cecenia, tutto il potere al presidente-padrone

Il manifesto 17/04/09

RUSSIA Il Cremlino annuncia la fine delle operazioni antiterrorismo: il vincitore è il presidente Ramzan Kadyrov, capace di influenzare profondamente le decisioni di Mosca. Gravi tensioni nella leadership russa, molti si chiedono se la Cecenia sia ancora parte della Federazione

Con la fine della «guerra al terrorismo» le forze russe si ritirano lasciando una satrapia quasi indipendente
Era stato un po’ frettoloso e anche indelicato, il boss ceceno Ramzan Kadyrov, annunciando il 25 marzo scorso che la settimana dopo, il 31, il Cremlino avrebbe dichiarato ufficialmente chiusa la «guerra al terrorismo», nove anni e otto mesi dopo il suo lancio da parte di Vladimir Putin. Vuoi per «problemi tecnici», vuoi per sottolineare che le decisioni sono prese a Mosca e non a Grozny, il Cremlino ha invece aspettato altre due settimane prima di dare, ieri, l’annuncio ufficiale: «L’ordine che dichiara la repubblica di Cecenia zona di operazioni antiterrorismo è stato annullato alle 00:00 del 16 aprile 2009, ora di Mosca. La decisione mira ad assicurare le condizioni per una ulteriore normalizzazione della situazione nella repubblica e a ripristinare e sviluppare la sua sfera socio-economica». Anche se in ritardo, dunque, Kadyrov ha avuto ragione.
Cosa significa questo passaggio? Teoricamente, dovrebbe comportare la fine del coprifuoco, dei posti di blocco sulle strade, dei controlli a tappeto sulla popolazione. Dovrebbe comportare anche un ritorno alla vigenza della legge «normale», con quel che ciò significa in termini di rispetto dei diritti dei cittadini. Ora, è vero che la situazione militare ormai è relativamente stabile da almeno un anno, la maggior parte dei comandanti guerriglieri sono stati via via uccisi o comprati dal regime, una certa attività economica è ricominciata: ma certo la Cecenia non si può definire un luogo «pacificato», tranquillo e sicuro, visto che attentati e imboscate sono ancora molto frequenti nelle aree montagnose e nei villaggi più isolati. E per converso, molto del terrore sparso a piene mani fra la popolazione negli ultimi anni non proveniva affatto dai guerriglieri ma dalle milizie private di Kadyrov, che hanno usato impunemente feroci metodi illegali per annichilire ogni opposizione – soprattutto quella non armata, quella delle ong, quella degli embrioni di società civile.
Dunque la fine delle operazioni antiterrorismo per ora significa soprattutto fine della presenza armata federale sul territorio. Da anni non era più presente l’esercito, ma restavano almeno ventimila uomini appartenenti alle truppe del ministero dell’interno e un numero imprecisato ma sicuramente assai alto di uomini del Fsb, i servizi di sicurezza federali; vero che il «lavoro sporco» di repressione e antiguerriglia era svolto interamente dai reparti della polizia e delle milizie cecene di Kadyrov, ma la presenza di robuste forze armate federali garantiva comunque a Mosca un certo controllo – che ora verrà a mancare, visto che il ministero dell’interno ha già annunciato l’intenzione di ritirare «rapidamente» i suoi reparti.
In altre parole, la fine delle operazioni antiterrorismo da parte delle forze federali significa il passaggio della repubblica cecena sotto il pieno e incondizionato controllo del suo presidente-padrone Ramzan Kadyrov. Non a caso quest’ultimo ha organizzato grandi festeggiamenti a Grozny e nelle altre città cecene, mentre a Mosca ci sono state non poche resistenze – quelle che hanno provocato il «ritardo» di due settimane citato all’inizio.
A complicare le cose, in effetti, è venuto il 28 marzo (cioè proprio alla vigilia di quella che avrebbe dovuto essere la data fissata per la chiusura della campagna antiterrorismo) l’assassinio nel Dubai, dove si trovava in esilio, di Sulim Yamadayev, l’ultimo «uomo forte» ceceno apertamente ostile a Kadyrov, che aveva dovuto fuggire da Grozny e cercare rifugio e sostegno a Mosca – senza successo. L’assassinio, chiaramente commissionato dalla leadership cecena con l’aiuto di elementi dei servizi segreti russi (quali elementi e facenti capo a chi, è tutto da indagare) doveva brutalmente e simbolicamente suggellare il passaggio della repubblica sotto l’esclusivo controllo di Kadyrov, e per questo aveva provocato forte malumore al Cremlino. Dove qualcuno comincia ormai a chiedersi con allarme non solo se la Cecenia di Kadyrov faccia ancora parte della Federazione russa ma addirittura quanto l’uomo forte di Grozny sia in grado di comandare a Mosca: «un raro caso di coda che agita il cane», per usare la metafora del politologo russo Sergei Markedonov.
Esemplare quanto avvenuto ieri, in coincidenza con l’annuncio del Cremlino: l’ufficio investigativo del «Distretto sud» della Procura federale russa ha riaperto – su richiesta del leader ceceno – le indagini sull’attentato che nel 2004 uccise Akhmad Kadyrov, padre di Ramzan e, all’epoca, autorevole presidente della repubblica caucasica. Dice Ramzan, subito assecondato da una parte della Procura, di essere «certo» che ad uccidere il padre fu proprio Sulim Yamadayev… E però la decisione del Distretto sud è stata poche ore dopo bloccata dall’ufficio investigativo centrale della Procura federale, che l’ha definita «immotivata e prematura» – giusto per far capire quanto seriamente le vicende cecene dividano il potere russo.
Il problema dell’influenza di Kadyrov sulle decisioni politiche di Mosca non è per nulla inventato, in effetti. Anche se agli occhi dell’opinione pubblica internazionale e delle cancellerie la guerra cecena ha visto la «vittoria» di Putin e della Russia sui separatisti, la realtà dei fatti non sembra questa. Al contrario, ormai si potrebbe invece quasi dire che con Ramzan Kadyrov la Cecenia – o Ichkeria, il nome storico e leggendario ripreso dai presidenti Dudayev e poi Maskhadov – ha finalmente raggiunto il sogno dell’indipendenza.
Non certo indipendenza economica – tutto quel che si sta facendo a Grozny o a Gudermes (la «capitale privata» del clan Kadyrov) si fa con i soldi piovuti da Mosca – ma indipendenza politica e amministrativa sì: in Cecenia la legge russa ha un valore men che formale, sostituita com’è da una sorta di «codice» sincretico elaborato dal boss e comprendente norme federali, norme islamiste, norme tribali nonché regole rispondenti soltanto all’interesse privato di Kadyrov; non un rublo di tasse viene versato alle casse federali, mentre il boss si permette – unico in tutta la Federazione – di criticare anche aspramente le scelte politiche di Mosca che non gli piacciono, e di non applicarne le decisioni sul suo territorio. Se come sembra certo l’aeroporto di Grozny tornerà ad essere «internazionale», anche alcuni aspetti formali dell’indipendenza verranno resi evidenti, per esempio le visite di leader stranieri. E diventeranno possibili rapporti diretti con altri governi, scambi economici…

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