Centro storico, la crisi abbassa le serrande rive gauche

Secolo XIX 15/04/09
Tra San Bernardo e San Lorenzo chiudono decine di attività
TANTI che cedono e pochi che comprano. E sulla rive gauche di San Lorenzo il numero dei cartelli “vendesi” o affittasi” (riferiti in uguale misura a negozi e appartamenti) è impressionante. Così come il numero delle saracinesche già abbassate. Ed è lunghissimo anche l’elenco dei commercianti che, da qui all’estate, hanno già disdetto contratti di locazione, oppure annunciato la chiusura definitiva o il trasferimento in altri quartieri più ospitali.
La crisi nel cuore della movida non nasce solo perché il mercato immobiliare è stagnante ovunque. Nemmeno per le paure ancora tangibili innescate dal “Progetto Mercurio” del Comune che regolamenta l’accesso dei mezzi privati nei vicoli. «Le grandi immobiliari acquistano gli appartamenti fatiscenti da chi non ha i soldi per ristrutturarli – racconta Fabrizio Parisi, 36 anni, che nel centro storico vive e lavora – i locali già in ordine costano e oggi non li vuole nessuno. Sopra di me, in via San Bernardo, hanno già approntato con questo sistema quattro miniappartamenti, piccoli, eleganti. Ma soldi in giro non ce ne sono, per ora restano lì».
E allora l’allarme partito del mondo del commercio e degli abitanti di questo angolo della città vecchia diventa un grido di dolore. Un disperato invito a fermare quello che appare davvero un domino perverso tra piazza Pollaiuoli, via San Bernardo, via dei Giustiniani, Canneto e vicoli limitrofi. Perché ogni chiusura dirada le frequentazioni “pulite” e innesca nuove chiusure, resa chiama resa.
COSA STA succedendo proprio qui, nel quartiere dall quale sembrava essere ripartita la rinascita dei vicoli – oltre i confini della Ripa Maris e di via San Lorenzo – quindici anni fa, quando gli universitari iniziarono a frequentarlo come un nuovo spazio à la page partendo dalle Erbe? La movida, il rito giovanile del fine settimana non si è fermata, ma non ha innescato il circolo virtuoso che molti avevano atteso o almeno sperato. I fattori concomitanti sono svariati e tutti concorrono a innescare una catena in apparenza senza fine. È un “domino” di serrate a cascata che però, forse, può ancora essere interrotto.
«Sindaco vuoi farci chiudere?», chiedono decine di manifesti appesi sulle vetrine di altrettanti negozi, lamentando il via dell’amministrazione comunale al “Progetto Mercurio” e alla politica di telecamere per limitare l’accesso veicolare al centro storico. È un elemento, ma non è certo il solo. Un altro fattore è la metropolitana che, collegando De Ferrari a Sant’Agostino “taglia via” il passaggio degli studenti di architettura, un tempo frequentatori non solo notturni delle creuze. E poi la crisi generale, il senso di insicurezza non sempre motivato. E il rumore notturno che è rimasto, quello sì, mentre sfumavano i sogni di sviluppo rapido del quartiere. Ma anche i prezzi degli affitti che non si sono ridimensionati di pari passo con i segnali dello sboom, mentre erano saliti rapidamente all’albore di una rinascita abortita troppo presto.
E le prime chiusure dei negozi meno radicati hanno accelerato il processo. Le porte chiuse hanno stoppato sul nascere la voglia di shopping, i transiti si sono diradati, fino a costringere altri negozianti ad arrendersi. Oggi, accanto alle saracinesche abbassate di chi se n’è andato e non è stato sostituito, si contano svariate chiusure annunciate.
Chiuderà il “punto Einaudi” di Antonio Caprilli, 59 anni, in salita Pollaiuoli. L’insegna della libreria non c’è più da tempo. «Me l’hanno spaccata due volte, ho rinunciato. Ma ora me ne vado, i proprietari mi hanno chiesto un aumento insostenibile: da 800 euro attuali,dovrei pagare 1.500 euro al mese per 48 metri quadrati. E se una volta potevo contare sull’utenza potenziale dei mille, millecinquecento studenti di architettura, oggi è cambiato tutto». La metropolitana fa sì che gli universitari “saltino” oltre, da sant’Agostino scendono a De Ferrari. «E, visto che è una clientela che cambia anno dopo anno, chi si è iscritto da poco all’Università nemmeno sa che esisto. Trasferirmi è una necessità, aprirò un nuovo negozio in via Lomellini, vicino al polo umanistico di via Balbi».
Non è il solo ad aver già un piede lontano dai vicoli. Sulla porta del suo negozio specializzato in arredamento ecologico e economico in legno grezzo («regaliamo la vernice e ognuno, se vuole, la dà poi a casa sua»), Tania Lauretta, 45 anni, annuncia la resa definitiva. «Non c’è più possibilità di far quadrare i conti, questo è un franchising, fino a giugno ci sarò io. E poi addio a tutti, non so se qualcuno subentrerà».
Gli “storici” mobilieri di via dei Giustiniani, a due passi da lì, hanno già chiuso tutti. «Qui sopravvivono solo i bar che aprono a tarda sera – riprende Lauretta – di giorno la gente non ha motivo di venire, di notte girano solo ubriachi e pazzi. E poi, con la chiusura alle auto e alle moto, chi viene più? Se devo far pagare al cliente 50 euro per la consegna di un mobile che ne costa due o trecento, è ovvio che non c’è più convenienza, il potenziale acquirente va altrove».
Via dei Giustiniani evoca la desolazione cantata nelle ballate di Faber De André, senza averne la poesia. Chiuderà tra pochi gironi la lavanderia di Silvia Ferrante, 49 anni, dopo nove anni di lotte quotidiane: «Farò la casalinga – dice – qui non si va avanti». Molti l’hanno preceduta, come il titolare del magazzino “Dellepiane” che riforniva tante imprese edili cittadine con i suoi sacchi di cemento.
E SI È GIÀ arreso per trasferirsi altrove anche Maurizio Fadda, 48 anni, elettricista in via dei Giustiniani. Il suo racconto è un po’ la parabola della storia recente del quartiere. «Il negozio era qui dagli anni Sessanta, io ero entrato come dipendente sette anni fa – racconta – poi avevo avuto l’occasione di subentrare ai precedenti proprietari». Sembrava un affare sicuro per chi era pronto a rimboccarsi le maniche. Invece, la delusione.
«Il lavoro non mancava, conoscevo bene il mercato della zona – riprende – Poi è cambiato tutto, la chiusura alle auto ha fatto sì che mi lasciassero uno dopo l’altro non solo tanti clienti ma persino alcuni fornitori: chi veniva da Brescia si è stancato di tante difficoltà per le consegne. Così ho lasciato, mi sono trasferito a Marassi dove ho aperto un laboratorio artigiano».
L’elettricista “sgombrato” dalla crisi e dalla chiusura dei vicoli è contento della scelta di vita, malgrado l’amore per il centro storico: «Io qui ci vivo, ma lavorare in queste condizioni era ormai impossibile».

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