Pilastri marci e acciaio liscio viaggio nel palazzo della morte

Repubblica 10/04/09

L´Aquila, così è crollato provocando 26 vittime
L´inchiesta
Realizzato su un terreno in pendenza e progettato male. Sull´edificio a fianco solo qualche crepa

DAL NOSTRO INVIATO
Attilio bolzoni
Il primo ha qualche crepa, il secondo è avvolto da un fumo di calcinacci che segna i confini del luogo più fatale dell´Abruzzo terremotato. Via Campo di Fossa numero 6 b, eccolo il piccolo grande cimitero della città dell´Aquila.
Il terreno è in pendenza, pericolosamente in pendenza. Qui hanno costruito sulle montagne russe. Dal giardino pubblico sono sessantacinque scalini a scendere, poi soltanto le pietre che hanno restituito quei corpi. Un salto e un palazzo, un altro salto e un altro palazzo. Da fuori sembrava un edificio solido quello che non c´è più, ben piantato nel suolo. Ma nel suo ventre c´era forse terra marcia, era appoggiato su una roccia troppo dura o troppo fragile. È quello che i tecnici definiscono «terreno incoerente», significa che un crollo non è malasorte ma probabilità. Il palazzo di via Campo di Fossa numero 6 b non si è sfarinato sotto i colpi del terremoto: si è abbattuto su se stesso. Aveva sei piani, ventiquattro appartamenti, due scale, un terrazzo. Aveva la stessa forma a elle dell´altro accanto, lo stesso colore marroncino, le ringhiere dei balconi colorate di azzurro pastello anche quelle. Dicono che anche questo era fatto di cemento armato.
Ma quale cemento? E armato come? Dalle macerie affiorano «staffe» metalliche in fila sui pilastri, mezzo metro lontane una dall´altra. Ci sono ferri lisci che non sembrano ferri. Ci sono piloni portanti che erano posati quasi per caso sopra o sotto altri piloni portanti «Guarda qua», indica l´assessore comunale ai Lavori pubblici Ermanno Lisi che ci accompagna nelle viscere della sciagura. Qua, dove ci sono i resti, c´è la soluzione del mistero di un palazzo che aveva una tara dentro. Ci abitavano in settantacinque, più di un terzo di loro sono dentro le bare allineate in un hangar che è diventata la morgue dell´Abruzzo.
Cemento? Armato? «O hanno sbagliato i calcoli nella progettazione o hanno costruito male la struttura in un´area insicura, una terza ipotesi non c´è e non ci può essere: l´altro palazzo non è venuto giù e questo invece sì», spiega l´architetto Antonio Perrotti, dirigente generale dell´assessorato Territorio e Ambiente della Regione. Parla di travi che probabilmente non stavano alla distanza giusta, di pilastri «da 30 centimetri per 60 e non da 80 centimetri per 80», di fondamenta molli. E sempre in discesa. «Questa è una zona morfologicamente disgraziata», ripete il funzionario regionale ricordando come hanno scelto di far crescere la città dell´Aquila alla fine degli Anni Sessanta.
Fuori dalle mura antiche c´erano solo orti, sotto c´era il fiume. E proprio lì hanno costruito e costruito e ancora costruito. Proprio dove passa la faglia. Una delle cause di questa tragedia può ricercarsi nell´errata valutazione di quella che gli esperti chiamano la «giacimentologia», ovvero la natura del terreno dove la città nuova doveva sorgere. L´hanno progettata nel posto sbagliato. Nel posto più infame è capitato il palazzo dove in ventisei sono rimasti schiacciati o soffocati…
Il piano regolatore dell´Aquila è stato elaborato nel 1972 e approvato sette anni dopo, alla fine del 1979. E hanno cominciato subito a tirare su questi palazzi. In via Campo di Fossa e più in alto, in via XX Settembre. Gli appaltatori erano sempre gli stessi, poco meno di una mezza dozzina. I Barattelli, gli Irti, i Martella, i Tiberi, appena qualche anno dopo anche gli Ianni. Come hanno edificato quella nuova città? «Alcuni bene e altri no», risponde l´architetto della Regione che per la sua «fissazione» sulle regole urbanistiche è stato spostato qualche mese fa in un ufficio regionale che fa contabilità di routine.
Un piano regolatore vecchio trentasette anni e spazzato via in meno di venti secondi. Una scossa di terremoto che ha scoperto gli abbagli di pianificazione urbanistica degli amministratori. Di sicuro lì, fra via Campo di Fossa e via Pasquale Paoli e via Vincenzo De Bartolomeis, non dovevano innalzare palazzi ma continuare a coltivare pomodori e patate. «Valutare le scelte di allora con il senno del poi è difficile, ma adesso il piano regolatore non l´abbiamo più e siamo costretti a ridisegnare tutta la città», racconta l´assessore ai Lavori Pubblici mentre si aggira in questa grande tomba a cielo aperto.
Cemento armato. È una parola magica che spiega tutto e spiega niente. Bisogna scoprirlo che cos´è quel cemento armato che è servito a innalzare il palazzo di cartapesta di via Campo di Fossa numero 6 b. C´era più malta nei suoi pilastri o c´era più ghiaia o c´era più sabbia? E come li hanno rinforzati quei pilastri? «Dopo un esame di tutti i materiali si capirà come e perché il terremoto ha travolto certi palazzi in certi quartieri e ha lasciato altri intatti», prevede l´architetto Perrotti. Le macerie dell´Aquila saranno i corpi di reato di questa tragedia.

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