I ragazzi dei tombini

Manifesto 10/04/09

storie LE CARTOLINE AFGHANE DEI «SENZA DIRITTI»

Il «tour» dall’Afghanistan al Pakistan, dalla Turchia alla Grecia, miraggio l’Italia, nel racconto di due giovani profughi, finiti nei tombini della Stazione Ostiense a Roma
Maurizio Galvani
Le due testimonianze che pubblichiamo sono le narrazioni – anonime per evitare ritorsioni – raccolte dagli operatori dell’Istituto per la salute delle popolazioni Migranti e il contrasto alla Povertà (Inmp), presso l’ospedale San Gallicano di Roma .
Il fatto è che la tragica vicenda dei ragazzi afghani trovati dentro i tombini alla stazione Ostiense di Roma ha suscitato sgomento e sorpresa. Per il dottor Aldo Morrone, direttore dell’Inmp «a causa delle guerre globali, della violenza, della povertà ormai dovremo aspettarci conseguenze assai gravi, dato che 200-300 milioni di disperati fuggono in tutti i modi da queste realtà, accettando di vivere condizioni disumane». Il dottor Morrone parla con l’esperienza di chi opera a Lampedusa, dove l’Inmp è impegnato con un equipe di medici e psicologi. «Questi ragazzi afghani – aggiunge – per arrivare in Italia impiegano più di un anno dopo avere iniziato un lungo e pericolosissimo viaggio attraverso l’Iran, la Turchia, la Grecia e, infine, Italia». Scappano dal loro paese e solo quando giungono in Grecia, alcune organizzazioni danno loro assistenza. In Italia sbarcano ad Ancona dentro i tir, o nei doppifondi dei camion, o nascosti tra la merce, o legati con le cinghie agli assi degli autotreni. Non si sa quanti siano a Roma e come vivano, per Morrone «si calcola che i minorenni (fino a 18 anni, stabiliti con un esame radiologico del polso) possono essere circa un centinaio». Il problema è come intercettarli: non è facile, soprattutto, per la lingua che conoscono solo i mediatori. Non conoscono la lingua e ignorano i diritti di un minore non accompagnato. Alcuni considerano l’Italia un territorio di passaggio dove sopravvivere per raggiungere la Germania dove risiede una grande comunità di afghani.
Il loro è un tragitto di quasi ottomila chilometri, pagano per andare in un altro paese; «tuttavia l’Italia sta diventando un paese di residenza». «Dobbiamo intercettarli. Ci vorrebbero più strutture, operatori, risorse di natura medico-assistenziale, l’attivazione di più mediatori linguistici e culturali». L’Inmp lamenta queste carenze «bisogna fare in modo che questi ragazzi non si nascondano e diventino «clandestini», non alla legge ma a qualsiasi intervento. Il primo loro diritto è la tutela (ci deve pensare il comune); in secondo luogo devono fare percorsi di sostegno e integrazione».
Il dottor Aldo Morrone – che d’anni opera al San Gallicano – insiste su questo punto perché vuole rendere visibili quei poveracci che stanno dell’Ostiense, dove si possono incontrare altre tragiche realtà: rifugiati per tortura, poveri, emarginati sociali. Il rammarico è che si fa sempre poco; presso il San Gallicano dal 2006 è attivo un servizio di accoglienza per i minori non accompagnati, in collaborazione con il V Dipartimento del Comune di Roma. In questi due anni sono stati avvicinati 52 adolescenti (39 provenienti dall’Afghaganistan, 4 dall’Etiopia, 6 dall’Eritrea, uno dalla Sierra Leone, un altro dall’India). I motivi del loro «allontanamento» lo raccontano i medesimi ragazzi: 25 subivano persecuzione politica, sette sono fuggiti alla guerriglia tra gruppi locali, dieci sono fuggiti per liti famigliari, dieci sono scappati dalla povertà.
Le collaboratrici del dottor Morrone, le dottoresse Flavia Dammacco e Paola Scardella tentano di ri-costruire una narrazione della storia di questi ragazzi. Si cerca di offrire un ambiente abitativo adeguato (una casa famiglia, o un centro di accoglienza) per costruire un percorso integrativo sociale che preveda anche la possibilità di un lavoro. La maggior parte delle volte ci si riesce: per legge, un minore straniero non accompagnato ha diritto all’assistenza e alla tutela. Però, al compimento della maggiore età questi ragazzi si trovano senza diritti e possono essere rimpatriati al di là di quel che riescano a dimostrare di saper fare, a che punto sia arrivato il percorso di accoglienza e di conoscenza della legge, costumi e cultura italiana. Volutamente non è chiamata subito integrazione «poiché – sottolineano all’Inmp – il primo successo con questi ragazzi è di avere stabilito una relazione; sono in genere impauriti, provengono dalle esperienze più disparate, hanno fatto diversi lavori, hanno perduto i genitori in tenera età». La dottoressa Scardella sostiene che «alcuni ragazzi hanno impiegato 2-3 tre anni per giungere in Italia: si sono nascosti per mesi facendo differenti mestieri, anche, nei mattatoi dell’Iran».
Non si può trarre una conclusione. Questo problema va sollevato, fuori dall’eccezionalità per non dover scoprire allarmati che esistono realtà sommerse quando si deve fare un’opera di bonifica della stazione Ostiense. Il dottor Morrone lancia una provocazione: la realizzazione nel 2010 (l’anno contro la povertà) di un incontro-convegno tra Europa, Africa, Africa subsahariana, Asia e Oriente. Tra diversi operatori per contrastare attivamente le cause dell’emarginazione.

S. D. 19 ANNI

«Alla fine sono fuggito
dai talebani perché
mi terrorizzavano»
Mi chiamo S. D. e sono nato a Ghazni Afghanistan ho 19 anni. La mia famiglia aveva una macelleria, mio padre inoltre vendeva abiti e alimenti vari in India, in Pakistan e in Iran e per questo motivo spesso era lontano da casa. La mia famiglia era benestante e i miei genitori sognavano per noi un percorso accademico importante. Avevo un fratello e una sorella. Le donne, per volontà governativa, non possono studiare e i ragazzi non hanno possibilità di scelta se non andare a studiare religione in moschea. Mio padre durante uno dei suoi viaggi, conobbe delle persone le quali appartenevano a una religione, diversa da quella musulmana, cioè Bahai. Anche mio padre e noi tutti decidemmo di sposare la religione Bahai. Questa scelta però causò non pochi problemi con i compagni, con il vicinato ma anche con i parenti. Io, mio fratello e mia sorella, essendo piccoli, non capivamo il perché di alcuni comportamenti.
Nel 1999 i talebani resero noto la loro volontà di uccidere i comunisti e tutti coloro che avevano collaborato con essi. Mio zio venne ucciso perché faceva parte dei comunisti. I vicini ormai avevano isolato del tutto la mia famiglia, non accettavano di buon grado la nostra presenza.
La situazione a scuola per me e mio fratello non era delle migliori, anzi. Un giorno in cui avevo espresso la mia opinione sul far studiare le ragazze, finì dal preside, il quale mi picchiò con un pezzo di legno fino a spezzarlo. Mi sospesero per una settimana. Non capivo la non libertà di scelta. Ne parlai con l’insegnante di religione. Mi riportarono dal direttore. Mi buttarono fuori dalla scuola. Quello stesso giorno il nostro giardino lo riempirono di escrementi. Eravamo disperati. Il nostro macellaio venne a informarci che più nessuno comprava da noi. Decidemmo il trasferimento altrove, ma la nostra tranquillità durò poco, iniziarono a urlare a insultarci, bussavano continuamente alla nostra casa. Finché un giorno non incendiarono il nostro giardino.
Scappammo dal tetto, ci rifugiammo a casa di amici,non tutti eravamo li. Mancavano mio fratello e mia sorella. Forse avevano scelto la casa di altri amici come rifugio. Non li ritrovammo subito. Mia madre rimase in Afghanistan, io partii per L’Iran da amici di mio padre. Avevo paura. Dopo 5 giorni sono partito per la Turchia perché non venivo accettato neanche in Iran a causa sempre della mia fede religiosa. Con il gommone partimmo per la Grecia,dove rimasi lì per 18 giorni, e non ricordo bene dove. Per poter entrare in Italia mi nascosi in un camion, ci sono rimasto per due giorni. Arrivati a Bari, l’autista decise di abbandonarmi. Avevo sempre più paura, ero solo non sapevo come e cosa fare. Decisi di venire a Roma, dormivo per strada.
Stavo male e mi hanno portato al San Gallicano. Nella sala d’attesa sono svenuto. Mi hanno ricoverato al Fatebenefratelli. Sono stato riconosciuto come minore. Il centro Astalli mi ha aiutato a trovare una sistemazione lontano dai musulmani.

I. N. 16 ANNI

«La mia famiglia
è andata in pezzi.
Volevo scappare»
Mi chiamo I. N. e sono nato a Ghazni in Afghanistan, ho 16 anni. Mio padre faceva il fabbro mia madre la casalinga. Un giorno mio padre uscendo di casa non è mai più ritornato. La situazione per me e mia madre diventava troppo difficile e pericolosa e su suggerimento di mio zio paterno lo seguimmo in Pakistan. Mia madre non è mai stata felice di questa scelta. Mio zio,oltre alla moglie aveva due figli un maschio e una femmina,di cui il primo più grande di me e la figlia più piccola.
Arrivati in Pakistan abbiamo iniziato subito a lavorare: io lavoravo presso una fabbrica di tappeti, mia madre lavorava a casa il legno. Fin dall’inizio il rapporto tra mio zio e mia madre non fu mai buono. Mio zio voleva sposarsi con mia madre.Continui litigi e torture da parte di mio zio hanno segnato gli ultimi due anni della vita di mia madre, ammalandosi, inoltre, di tumore al cervello. Dopo due mesi passati in ospedale,morì.
La situazione personale e lavorativa diventava per me insopportabile, invivibile. Così chiesi a mia zia paterna un prestito e il numero di telefono di un nostro cugino che vive in Inghilterra.
Sono scappato in Iran. Per quasi un mese e mezzo ho fatto il muratore finchè un giorno non ho ricevuto la telefonata di mio cugino dall’Inghilterra che mi suggeriva di partire verso l’Europa.
Con l’aiuto del mio datore di lavoro il mio viaggio inizia dall’Iran verso la Turchia dove ci rimango venti giorni per poi ripartire per la Grecia. Ma la polizia trovandomi mi rispedì in Turchia,dopo una settimana sono nuovamente ripartito per la Grecia.
Però durante il secondo viaggio, a causa di una tempesta una nave si scagliò contro il nostro gommone causando la morte di due miei amici. Arrivati a Samus in Grecia, mi hanno portato in ospedale, il viaggio traumatico e la morte dei miei amici mi hanno reso fragile. Sono rimasto sei giorni in prigione. Mi hanno dato un foglio con il quale potevo andare ad Atene, da lì dopo un giorno sono ripartito per Patrasso, rimanendoci un mese. Dopo due tentativi, non riusciti, di entrare in Italia, alla terza volta sono stato riconosciuto come minore.

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