Terzo giorno all’inferno. Frana la montagna
Il manifesto 9/04/09
REPORTAGE
Marco Boccitto
INVIATO A L’AQUILA
Al terzo giorno di emergenza dura e pura, con la contabilità dei morti che non trova pace (al termine della giornata saranno 272), si allarga se non altro il raggio d’azione dei soccorsi e la consapevolezza dell’estrema frammentazione sul territorio degli insediamenti abitativi colpiti. Purtroppo però si allarga anche l’azione distruttiva del sisma. Ieri mattina squadre al lavoro nei paesi-frazione che cingono l’Aquila da sud verso est, epicentro la sera prima delle scosse più violente. Da Genzano di Sassa a Fossa, lungo una linea che si ricongiunge all’area già martirizzata di Onna e Paganica.
Ovunque crolli, terrore e tendopoli blu del Ministero dell’interno in fase di allestimento. A Santa Rufina l’esasperazione della gente nasce dal fatto che sono finalmente arrivati i container della Protezione civile, ma ieri mattina mancava ancora chi avrebbe dovuto approntare il campo. CONTINUA | PAGINA 2
Sorgerà mestamente all’ombra della chiesetta di Sannicandro e Marciano, venuta giù quasi integralmente con l’ultima scossa. Gli anziani la guardano atterriti, uno azzarda che «neanche i tedeschi furono capaci di tanto», un altro guarda il cimitero sconquassato lì di fianco e sibila che «neanche i morti lascia in pace questa bestiaccia feroce», un altro ancora osserva che la loro a questo punto «non è né vita né morte». C’è un carabiniere che urla al telefono chiedendo braccia, che diamine, «tra tutta quella gente che è venuta per aiutare si troverà pur qualcuno». Chiedo notizie, visto che ieri sera si parlava di una persona morta mentre cercava di recuperare qualcosa nella sua abitazione, e lui neanche a dirlo risponde «documenti!». Bontà sua, lascia parlare un signore lì vicino che smentisce e poi se la prende coi media per il procurato allarme.
Una grossa tendopoli sorge anche sopra Pianola e Roio Poggio, accanto alla pineta di Monteluco e soprattutto ai piedi della facoltà di Ingegneria, avveniristica moltiplicazione in metri cubi di quella che fu una colonia durante il ventennio. È intatta e sbarrata ma, ma incombe sugli sfollati che hanno riempito di macchine il parcheggio degli studenti. A una quindicina di chilometri di distanza e molti metri più in alto, due signori che proprio lì si sono laureati anni addietro non nascondono il loro disappunto per essere stati appena respinti da Rocca di Mezzo, dove secondo la provincia di Chieti, a cui appartengono, avrebbero dovuto ispezionare gli edifici lesionati e giudicarne l’agibilità. Gli ingegneri Antonio Rossi e Costanzo del Villano, volontari con il caschetto rosso e gli scarponi antinfortuni, vengono da Vasto. «Ci hanno detto che senza l’assicurazione non potevamo operare. Peccato, siamo partiti alle 5 di mattina per niente», dice uno. «Comunque è assurda di per sé questa storia delle perizie – fa l’altro sconsolato. – Cosa ti vuoi periziare se stanno ancora a cacciare i morti dalle macerie? Inoltre, con le scosse che si susseguono, ciò che è agibile ora potrebbe non esserlo più dopo cinque minuti. Credo sia solo una questione di facciata, una forma di conforto psicologico per la gente, per far vedere che ci si dà da fare e non vengono lasciati soli». Insomma, invece che due ingegneri poteva bastare uno psicologo, con o senza assicurazione.
Non c’è polizza che tenga invece per Panfilo D’Ocre. La tendopoli locale offre una vista raccapricciante su quel che resta del celebre castello, fino a ieri simbolo del paese. Si è sgretolato in un lampo, come del resto la torre medicea che di là, verso il Gran Sasso, svettava su Santo Stefano di Sessanio. E non sembra granché coperto dai rischi del sisma neanche Cesidio Gualteri, mitico pastore-assessore di Ocre («assessore a che? A tutto», dice), un omone laboriosissimo e cordiale che qui tutti conoscono. Un comune, anche questo, fatto di tanti paesini abbarbicati all’omonima montagna. A San Martino lui si prende cura con due fratelli e gli anziani genitori di un enorme gregge e questa mattina ha ripreso a mungere, ma del latte sa già che farà ricotta per gli sfollati. Dei 500 agnelli prenotati dai suoi clienti aquilani per Pasqua, invece, non saprà che farsene. «Pazienza. Ho perso degli amici a Villa Sant’Angelo e qui come vedi la stalla è mezza crollata. Che ti devo dire, fratello mio, noi siamo vivi e ora ci dobbiamo dare da fare».
La paura per il terremoto, in lui sembra mediata solo dal rispetto della montagna soprastante, dalla quale «a ogni scossa vengono giù dei massi enormi». Accanto prendono forma e vita le tende montate nel campo sportivo per i 200 abitanti di San Martino, compresi i bambini e una grintosa vecchina che di andare negli alberghi della costa non vuole proprio saperne. Eppure il vento freddo che quassù soffia anche ora che c’è il sole lascia immaginare quale deve essere la temperatura notturna. Ma chi glielo spiega a Berlusconi che l’atavico sospetto montanaro nei confronti del mare può a volte superare la paura per la terra che trema?
La ripresa di certe attività produttive quando il disastro è ancora in corso, comunque, la dice lunga sulla sobria determinazione di questa gente. Lo dovremo a loro se un giorno si tornerà a parlare di questa zona dell’Abruzzo anche per le sue eccellenze agro-alimentari, quando torneranno sulle tavole i fagioli di Onna, le cicerchie di Castelvecchio Calvisio, le lenticchie di Santo Stefano di Sessania, lo zafferano di Navelli, il pecorino di Fossa e gli abbacchi del pastore-assessore. Piccoli eroi popolari sono già diventati i panificatori come quello di Lucoli, che a San Menna ha sfornato anche al termine di quella maledetta domenica notte. Come Luigino, che a Villa Grande, non lontano dalla chiesa di San Panfilo (apparentemente intatta, con la sua struttura del XII secolo e i magnifici affreschi quattrocenteschi di Saturnino Gatti), ha tenuto aperto il suo negozio di alimentari. «Che devo fare – dice -, sono l’unico in zona e ci sono tante famiglie che hanno bisogno». O come la farmacista di Cavalletto, presa d’assalto da tutti i paesi del circondario dal momento che la macchina dei soccorsi non riesce ancora a provvedere alle piccole, ma non meno vitali esigenze di chi per esempio ha il diabete o è malato di cuore.
Nei giardini privati è tutto un proliferare di canadesi e di igloo da campeggio. E poi ancora tendoni blu, ovunque, fin dentro il parco della casa assistenziale per anziani I due laghi. O all’interno di Villa delle Rose, che accoglie i minori stranieri giunti clandestinamente in Italia, senza nessuno che badi loro se non la polizia che poi li consegna qui, alle cure di Lucia, in questo centro poco sopra Foce e Sassa. In serata arrivano le tende e i primi generi di conforto anche a Poggio Santa Maria e su verso Lucoli, nei paesini che si perdono in alto verso la stazione sciistica di Campo Felice.
Man mano che i tir vengono svuotati e gli aiuti trovano un indirizzo, sembra decongestionarsi anche l’ingorgo alle porte di l’Aquila (dove è ripresa anche la raccolta dell’immondizia, cosa non da poco per strade che erano state trasformate in bivacco permanente da lunedì mattina). Ma non gli accampamenti che offrono un rifiuto agli ormai ex abitanti della città, angosciati come e più di ieri dalle continue scosse, dalle privazioni dell’oggi e da quelle che prospetta loro il domani. In centro si continua ovviamente a scavare nella speranza di altri miracoli, con le gru che mordono le macerie. Di tanto in tanto si fermano, un vigile del fuoco intima a gran voce il silenzio e i cani riprendono la loro ricerca nervosa. A ogni corpo estratto scatta il pianto di parenti e amici, se ce ne sono, che contagia spesso anche i soccorritori.
Nei palazzi che circondano la scena, da ieri sono iniziate le perizie degli ingegneri. Agibile o non agibile. Se questo è il dilemma, lo scoglie in serata il sindaco Cialente, dopo l’ennesima scossa che ha avuto come epicentro la zona di Roio: l’ordine è di sigillare completamente il centro storico della città a causa dell’altissimo rischio di nuovi crolli.

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