Sicurezza, governo battuto su ronde e Cie

L’opposizione stravolge il decreto. Grazie ai dissidenti Pdl
Carlo Lania
ROMA
«Ora basta». E’ da poco passata l’una quando i deputati leghisti decidono che la misura è ormai colma e abbandonano urlando l’aula di Montecitorio per riunirsi tutti in Transatlantico. Poco prima hanno visto naufragare, una dopo l’altra, due delle misure-simbolo sulle quali il Carroccio, e in particolare il ministro degli Interni Roberto Maroni, ha impostato la sua politica sulla sicurezza.
La prima a cadere è la norma – contenuta nel decreto legge sicurezza – che avrebbe dovuto istituire le ronde. E’ lo stesso Maroni, visto l’ostruzionismo messo in campo dall’opposizione, a decidere al mattino che è meglio stralciarla dal decreto per riproporla nel disegno di legge sulla sicurezza in discussione sempre alla Camera. Una decisione spinta dalla necessità di approvare il decreto – che deve passare anche al Senato – prima della sua scadenza fissata per il 26 aprile e di fronte alla quale la Lega sceglie di fare buon viso a cattivo gioco.
E invece poco dopo il nuovo smacco, relativo sempre al decreto sicurezza. Con la complicità del voto segreto, l’aula approva infatti un emendamento presentato da Pd e Udc che abolisce la possibilità di prolungare fino a sei mesi la detenzione degli immigrati nei Centri di identificazione ed espulsione, una bocciatura alla quale contribuiscono almeno 17 deputati del Pdl nonostante l’astensione di metà dell’Italia dei valori.
Uno schiaffo per i leghisti. Che infatti esplodono dando sfogo a tutta la loro rabbia contro gli alleati «traditori». «Quello lì ha messo la fiducia su tutti i decreti che ha voluto e poi su questo ha preferito evitare», urla un deputato con un chiaro riferimento a Berlusconi e subito zittito dal collega Andrea Gibelli. Ma il più furibondo di tutti è Maroni. Il ministro degli Interni si vede infatti respingere al mittente per la seconda volta una misura a cui non ha mi fatto mistero di tenere particolarmente come il prolungamento del periodo di detenzione dei clandestini nei Cie. Poche settimana fa, infatti, la stessa misura, contenuta però nel ddl sicurezza, era stata bocciata anche dal Senato. La reazione è immediata. Maroni convoca una conferenza stampa in cui definisce il voto della Camera come un «indulto». «Dal prossimo 26 aprile – avverte – saremo costretti a mettere in libertà 1.039 clandestini. Altri 277 saranno liberati nelle successive due settimane». Poi annuncia di voler chiedere un chiarimento a Berlusconi. «Domani (oggi, ndr) prima del consiglio dei ministri gli chiederò un impegno personale. Non intendo più impegnare il ministero dell’Interno, che è già stato smentito due volte. Chiederò al premier di convincere la sua maggioranza a sostenere le proposte del ministro. Altrimenti – è la conclusione – occorrerà prendere atto che parte della sua maggioranza non condivide la serietà delle politiche di contrasto all’immigrazione clandestina».
Non sono parole pronunciate a caso. Anche se nella conferenza stampa il ministro fa sedere accanto a sé il sottosegretario Pdl Alfredo Mantovano, Maroni sa bene che i suoi provvedimenti anti-clandestini – praticamente la principale attività del Viminale da quando è in mano alla Lega – piacciono poco sia al governo che alla maggioranza. Lo stesso Berlusconi, proprio sulle ronde, non ha certo fatto mistero dei suoi dubbi, che poi non a caso si sono concretizzati nella decisione di non imporre il voto di fiducia al decreto sicurezza. E critiche alla politica anti-immigrati di Maroni sono arrivate in passato anche dall’ex ministro degli interni Giuseppe Pisanu e dal presidente della Camera Gianfranco Fini. Non a caso ieri, alcuni leghisti indicavano proprio nei «finiani» i deputati «traditori».
Ma in realtà il malessere è molto più ampio. Forte dell’amicizia ce lega Bossi a Berlusconi, da mesi il Carroccio impegna infatti in parlamento in provvedimenti che interessano solo l’elettorato leghista. Dal federalismo alle quote latte al superamento del patto di stabilità interno. «Tutti spot elettorali per la Lega», come diceva ieri un deputato Pdl che, citando Berlusconi, ricordava come il Carroccio «non può ottenere tutto quello che vuole. Soprattutto senza dare nulla in cambio».
Alla fine in segno di protesta la Lega non partecipa al voto finale sul decreto che, privato delle norme sulle ronde e sui Cie, mantineie solo le nuove misure contro stalking e violenza sessuale e viene approvato con i voti dell’opposizione. «Senza le ronde le città italiane adesso saranno più sicure», commenta soddisfatto il segretario del Pd Dario Franceschini.

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