Il nuovo boato sulle ferite ancora aperte

Il Manifesto 8/04/09
REPORTAGE
Marco Boccitto
INVIATO A L’AQUILA
È un boato tremento quello che alle 19.42 di ieri sera annuncia l’ennesimo, insopportabile attacco di magnitudo 5,3 alla città de L’Aquila e ai suoi mille dintorni. Uno schiaffo elettrico capace di sbriciolare ogni residua volontà di resistenza psichica, insieme ad altre case, altri edifici e altre chiese.
Dopo oltre quaranta ore di incubo, 228 corpi estratti finora senza vita dalle macerie, un migliaio di feriti e un numero di sfollati indefinito – la cifra ufficiale parla di 25.000 persone, ma è possibile che siano molte di più – e certamente multiplo rispetto alle cinquemila brandine approntate nelle quattordici tendopoli che fanno da corona di spine alla città capoluogo. Con la via XX settembre, dall’ormai tristemente celebre Casa dello studente in su, che resta la vera via Crucis di questa maledetta settimana santa aquilana.
Una sinistra circonvallazione che abbraccia il centro storico vero e proprio, sempre più vuoto e ostile, con i muri aperti, le travi spezzate, le porte divelte, in terra un doloroso tappeto di calcinacci, brandelli di fregi, di coppi antichi in frantumi, acqua marrone che sbrodola dai balconi malfermi.
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Case, chiese, cose che non ci sono più e che certo non vale la pena piangere, davanti a tante vite cancellate. Ho di fronte lo spettacolo residuale e sconsolante dell’ospedale San Salvatore. Mentre i tecnici ispezionano ancora l’edificio per capire se almeno qualche reparto può dirsi agibile, sotto un gazebo nello spiazzo antistante pulsa qualcosa che ha la parvenza di un reparto pediatrico. Fortunatamente vuoto. Il medico guarda le nuvole che si fanno minacciose e spera di non doversi trovare a gestire altre emergenze. Nel caso l’unica soluzione sarebbe uno schermo improvvisato di buste di plastica nera legate con il nastro adesivo. Lo stesso rimedio incappuccia i macchinari diagnostici di fronte al tendone verde che continua a fare da pronto soccorso. A oltre un giorno dall’evacuazione forzata del nosocomio, non resta che ringraziare il fatto che feriti dalle macerie è difficile che ne arrivino ancora. Ma qui quel che per un verso sembra una buona notizia, cambiando appena prospettiva si capisce subito che in realtà non lo è affatto.
Fine delle speranze per gli ultimi quattro che mancavano all’appello dalla Casa dello studente, estratti senza vita dopo trenta ore di scavi ostinati. Niente da fare anche per altri due giovani schiacciati in fondo alla palazzina di quattro piani che è collassata in via Duca degli Abruzzi. Le storie a lieto fine di cui bisogna accontentarsi viaggiano su questo doppio registro. Enrico a Poggio Picenze ha perso tutto, casa, ristorantino a conduzione familiare al piano di sotto, la macchina parcheggiata davanti, ma la figlioletta di tre anni l’ha presa per i piedi prima che venisse giù il mondo e ora, mentre lui scoppia a piangere a ogni amico che incrocia, scruta il cielo infestato di elicotteri sopra la tendopoli nel campo di atletica appena fuori dal centro. All’esterno è una coda interminabile di convogli, gente che cerca qualcuno o qualcosa, macchine mezze sfondate che nonostante lo scontro impari con la pietra che gli è piovuta addosso riescono a portare via qualcuno da qui. Dopo la nuova razione di scosse e crolli di metà mattinata ripartono le sirene. Dei ragazzi cercano di convincere la vicina ostinata che vive sola a venire via da lì, ma visto che non si convince vanno a chiamare un paziente vigile del fuoco che la sgrida e tratta una resa onorevole. I suoi colleghi intanto continuano a scavare, le ambulanze sfrecciano in mezzo a frotte di reporter e tra una selva incontrollata di set televisivi. I carabinieri presidiano gli angoli e scrutano dubbiosi chiunque sbuchi dalle viuzze del centro con una valigia o un borsone in spalla. Diventi facilmente un potenziale sospetto se sei giovane, non hai nessun libretto universitario da mostrare e sul documento c’è scritto che sei domiciliato a Podgorica, altro che via dei Marsi. Per trarsi d’impaccio a Toni basta indicare il contenuto della borsa: asciugamano, spazzolino e poco più. «Sono qui da un anno e lavoro come muratore a giornata», spiega mentre ridiscende verso la tendopoli giù in basso. Cinquanta euro al giorno e nessun diritto se non per rispondere al cellulare quando c’è bisogno di lui. Sono molte le famiglie e i lavoratori single che vengono dai Balcani e dall’Europa dell’est in genere. Ne sono pieni soprattutto i centri storici nella miriade di frazioni qua intorno. Occupano di norma le case più vecchie, non ristrutturate, che i proprietari volentieri gli affittano, preferendo costruire la classica villetta con giardino più a valle. Dal Montenegro – tre morti, 120 sfollati – hanno cominciato a venire come pastori di greggi altrui e ora si danno da fare un po’ in tutti gli ambiti. Dalla Romania – cinque morti, centinaia di sfollati – arrivano quasi tutti con il pallino dell’edilizia.
Il lavoro, soprattutto se parliamo di fabbriche era fino a ieri la vera emergenza della zona. Ma per i mattoni la crisi non è mai cominciata. Un costruttore di Preturo che vuole restare anonimo interpreta quel che ha visto nel suo desolante giro in centro. Parla da tecnico, staffatura, tamponatura, incastri tra pilastro e trave, con una gestualità che aiuta il profano a capire. «Il problema è iniziato negli anni ’50 ed è andato avanti fino a poco tempo fa», dice. Pare che la tipologia degli edifici venuti giù sia eloquente a riguardo, almeno quanto il numero di vecchie case in pietra rimaste intonse. «Dopo il terremoto del 1958 – ricorda – molti proprietari vennero costretti a togliere il terzo piano da edifici che a malapena ne potevano reggere due. Poi si è ricominciato ad aggiungere, a salire, a riempire gli interstizi tra un palazzo e l’altro. E questo è il risultato». Colpisce la strage di edifici pubblici, che rimanda all’annoso e criminale problema delle aste al ribasso. Uguale materiali scadenti. «Se accetto un ribasso del 30, 40 per cento rispetto al preventivo – chiosa il costruttore – da qualche parte dovrò pur risparmiare».
Il centro è in rovina, ma altrove può essere che le apparenze ingannino. C’è una new town di periferia che non ha appeso i proclami di Berlusconi per proliferare verso l’alto, di lato, fin sotto i piloni malconci del tratto autostradale ancora chiuso che porta verso il traforo del Gran Sasso. A Pettino e Consatessa sono crollate poche palazzine e fortunatamente i condomini erano già tutti fuori, ma i ricami sinistri, le profonde lesioni sulle facciate sono visibili un po’ ovunque, a cominciare dagli edifici scolastici. Da una salita che si perde sulle pendici della montagna scende un signore piuttosto malmesso, scappato al crollo fuori tempo, almeno così credeva, della sua abitazione. Ma il soccorso di cui va in cerca è quello di una sigaretta, una chiacchiera e possibilmente una bottiglia di vino. Ne ha assolutamente bisogno, dice, prima di tornare su a guardare quel che rimane della casa. Può sembrare una necessità assoluta e blasfema e sicuramente lo è, se è vero come è vero che i molti rifugi aspettano ancora il latte per i bambini. Ma il tutto di cui c’è bisogno oggi a L’Aquila, a migliaia di scosse di distanza dall’inizio del dramma, è fatto di cose anche piccole che non possono però trovare spazio nei tir con rimorchio che affollano le vie di accesso alla città.
E ora, che facciamo? L’ipertrofia affannosa della macchina dei soccorsi e l’ottimismo sfrenato del premier che immagina per tutti una Pasqua di villeggiatura al mare non attaccano. O quanto meno si sfaldano nella domanda più angosciata e ricorrente di tutte tra le troppe che assillano le vittime di questa tragedia. E per quanto eroica e tenace possa essere l’opera delle migliaia di persone al lavoro tra le macerie e i senza tetto, i fatti, sconfortanti, dicono che non basta. Ancora vittime, dopo l’ultima tremenda scossa. Ancora sfaceli nei dintorni che sono tali e tanti da costituire un vero rompicapo per i soccorritori in arrivo sempre più numerosi da fuori. Comprensibile che gli sforzi siano concentrati su L’Aquila e i centri più duramente colpiti come Onna e Paganica, perché nel resto del territorio almeno fino a ieri si registravano solo danni e paura. Insomma abbastanza per tenere la gente lontana dalle proprie case, dalle campagne pettinate a festa per primavera e improvvisamente silenziate, abitate solo dal nervosismo degli animali dietro ai recinti. Non si è visto nessuno a Torreimparte, comune frazionato in una decina di borghi, così la comunità fa da sé con i tendoni della sagra. Una colonna proveniente da Bergamo ieri notte si è arrampicata fino a Poggio Santa Maria e la gente intabarrata nelle coperte gli è andata incontro, ma quella già manovrava per tornarsene indietro, visto che in realtà era destinata a Via di Poggio Santa Maria, L’Aquila.
Il problema non è tanto il loro, quando del “navigatore”. Ma ci sarà tempo, speriamo, per accertare anche questo.

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