L´immigrato, il rugbista e l´operaio cronache dal mondo in polvere
Repubblica 07-04-09
Il cadavere di una madre con i figli morti al petto, si cerca una bara per tre
Le storie
Non sono crollate solo le case, le strade e i paesi. L´epicentro del terremoto è dentro e anche i vivi non lo sono più del tutto
Stanchi e in qualche modo assenti, i sopravvissuti scendono dalla montagna verso il mare, ma non scappano
“Ero a letto e mi sembrava di sognare. Vedevo un cielo profondo e sentivo qualcosa che mi scuoteva”
“Qui sotto ci sono mio figlio, mia figlia e mio fratello. Erano dietro mio marito, mentre correvamo tra le finestre che ci cadevano addosso”
Dario Pallotta, campione di rugby “Ho portato fuori un uomo e una donna, e respiravano. Pensavo fosse esplosa una bomba”
“Da settimane la terra tremava sempre, quando è crollato tutto ero pronto: ho preso mio figlio e mia moglie per mano e siamo scappati”
DAL NOSTRO INVIATO
L´AQUILA – Non sono crollate solo le case, le strade e i paesi. L´epicentro del terremoto è dentro e anche i vivi non lo sono più del tutto. Adesso, stanchi e in qualche modo assenti, scendono dalla montagna verso il mare. Non scappano, sebbene la terra continui a scuotersi e non abbiano più un luogo dove tornare. Non è una resa: vanno via per obbedienza. Lasciano il posto a chi deve trovare i loro morti, o le persone che dall´altra notte non rispondono. Ma questo popolo che infine se ne va, vivo e morto, pronto ai funerali, incarna il passo estremo di un tragico e definitivo abbandono. E´ di nuovo buio e due colonne si sfiorano. I sopravvissuti, carichi di borse, qualche pentola, coperte e cose da poco, guardano i soccorritori che portano tende, bombole d´ossigeno, pale. Sembrano reduci da una guerra lunga. Li portano negli alberghi della costa e nessuno parla. Chi non è rimasto imprigionato tra le mura di una vita, osserva in un certo modo le ruspe che tra qualche ora faranno il loro lavoro nel paese, spostando chi non si trova. Gli occhi tradiscono una riconoscenza, ma velata di terrore. «Tutto distrutto», dicono quelli che se ne vanno. Ed è chiaro: pensano ai figli, ai genitori, agli amici, ma anche a se stessi, alla propria vita. Attorno a L´Aquila la notte è fredda e l´aria è intrisa di gas. Nei paesi, che sembrano storti e prossimi a crollare ancora, la polvere e le macerie impediscono di riconoscere le vie allagate dall´acqua esplosa dalle tubature.
[L´anziana che non vuole salvarsi]
E´ per questo che Maria De Paolis, 79 anni, vaga da ore senza riuscire trovare i resti della sua casa di Tempera, dove non c´è più qualcuno. Non è salita sul minibus che l´avrebbe portata alla tendopoli nel campo sportivo. «Sono troppo vecchia – dice – per volermi salvare. Prima che mi ricostruiscano una casa di muro, non ci sarò più. Respiro ancora, ma niente altro». Il «senso» del terremoto inizia a lasciarsi intuire adesso, mentre le televisioni hanno bisogno di fornire i suoi numeri. A dominare, il caso, cieco e spietato nel selezionare i condannati dagli esclusi. «Qui sotto – dice a Onna Consuelo De Angelis – ci sono mio figlio, mia figlia e mio fratello. Erano dietro mio marito, mentre correvamo tra le finestre che ci cadevano addosso. Non li ho più visti». Indica una montagna di calcinacci illuminati dalle fotocellule dei pompieri ed è come se aspettasse di vedere uscire i suoi cari da un momento all´altro, pronti per andare a cena. Perché è vero che il terremoto ha tagliato il tempo di una terra. Ma ha pure allacciato una grande attesa, e sprigionato una forza misteriosa: aspettare, sperare, continuare a cercare senza lasciarsi scoraggiare e credendo che sia ancora possibile, trovare vivi.
[Il campione angelo e quello disperso]
Per questo Dario Pallotta, 23 anni, campione del rugby, appena ha capito di essere tra i salvati si è ributtato nel regno dei perduti. «Ho portato fuori un uomo e una donna – dice a l´Aquila – e respiravano. Non so chi siano e dove sono adesso. Pensavo fosse esplosa una bomba. Questa notte il centro della città era scomparso in una nuvola, inghiottito. E´ chiaro che chi ha i muscoli faccia ora i lavoro pesanti». In ospedale, assieme alla moglie infermiera, lavora anche l´ex ct della nazionale, Massimo Mascioletti. Non rivela un segreto: Dario, da venti ore, cerca tra le macerie Lorenzo Sebastiani, pilone dell´Aquila rugby, amico unico che non si trova. L´incubo, si capisce un poco alla volta, non è prigioniero di una cifra, 03.32, ma polverizzato nelle storie nuove che da quell´istante sono iniziate. «Da settimane – dice Fabiano a Paganica – vivevamo nel terrore. La terra tremava sempre e chiedevamo di poter dormire nel campo sportivo. Alle 22.30, alla prima scossa più violenta, mi sono piantato davanti al computer per vedere la potenza. Ho deciso di non dormire. Così, quando è venuto giù tutto, ero pronto: ho preso mio figlio in braccio e mia moglie per mano e siamo corsi via, mentre gli armadi piovevano sul pavimento che si apriva. Quando siamo stati all´aperto, non c´era nessuno e non è perché siamo stati gli unici a correre giù per le scale».
[Salvo in pigiama]
Ricorre, questa sensazione di deserto e di silenzio in un mondo che crollava. Per ore, fino all´alba di ieri, la gente si è scoperta sola, al buio. «Scavalcavo montagne di roba – dice a Massa Angelo Perfetto – i telefoni erano saltati, qualcuno lontano chiamava. Ero in pigiama, scalzo: a un certo punto ho messo un piede su una testa». Solo una famiglia su dieci, attorno al capoluogo, è stata risparmiata. Con la colpa ingiusta dei sopravvissuti, pensano adesso a cosa mangiare, al freddo che torna e alla grandine, agli anni da passare nei contanier, o da emigrati. I paesi sono paralizzati dalla paura delle scosse che si rincorrono, ma anche da una rabbia sorda e forte come il dolore.
[In camper prima del disastro]
«Alle 22.40 – dice a L´Aquila Alessandro Salvatori – ho detto a miei che questa volta avremmo dormito in camper. Non voleva alzarsi dal letto nessuno. Ho spinto mia moglie e i due bambini, di 8 anni e pochi mesi, fino nel cortile. Dal finestrino, alla luce di una pila, abbiamo visto il palazzo crollarci davanti. Tutti, in Abruzzo, sapevamo che prima o poi sarebbe finita così». Dubbi esplosivi. «La zona dell´Aquilano – dice Patrizio Signanini, docente di geofisica all´università di Chieti – è segnata in categoria uno nelle mappe sismiche. Per la Regione, è urbanisticamente nel livello due, che non impone costruzioni speciali. Passata l´emergenza, qualcuno dovrà spiegare certe scelte della politica».
[Mamma e bimbi, morti abbracciati]
Non che la gente ne voglia sapere, adesso. A Onna, che davvero sembra non ci sia più, portano via i corpi distesi sopra scale in legno a pioli, una mamma, con i due bambini ancora stretti al corpo, è distesa sotto un salice alle porte di Paganica. Non li hanno voluti dividere e un uomo, senza alzare la voce, chiede se esiste una bara per tre. Qui ormai hanno portato via i cani da ricerca. Significa che sotto ci sono solo cadaveri, ma gli abitanti li definiscono «quelli che ancora non sono tornati nelle case». Tra questi, a Castelnuovo, c´è anche Marta, 23 anni, che avrebbe partorito dopo Pasqua. Viveva nella casa vicina a quella di Annalisa Angelini, 28 anni, che alle 19.30 di domenica, nell´ospedale dell´Aquila, ha fatto nascere Giorgia, con un parto cesareo.
[In fuga con la flebo]
«Vedevo i letti tremare – dice – e mia mamma che faceva una faccia strana. Ho preso la flebo, mia figlia, e ho fatto la corsia di volata. I punti tiravano e la piccola iniziava a poppare. Eravamo nel parcheggio, quando l´ala della maternità è venuta giù». Non è che le vicende dei risparmiati siano più degne di quelle dei colpiti. Il papà di Roio Coggio, Andrea Speziali, trovato morto carponi, per salvare la moglie e il figlio di 4 anni, vivi e muti sotto di lui, apre un universo. Come la mamma di Torninparte, G. B., caduta sotto il soffitto della stanza dove era tornata per prendere il terzo figlio che dormiva. Purtroppo, solo i vivi possono raccontare e forse lo fanno per tutti, per spiegare quanto è sottile il confine inciso dal destino. «Ero a letto da poco – dice V. L, 20 anni studentessa d´arte a L´Aquila – e mi sembrava di sognare. Vedevo un cielo profondo e sentivo qualcosa che mi scuoteva. Ho provato ad accendere la luce e ho capito. Sono stata mezz´ora sotto il tavolo. In macchina ho visto che ero ancora in pigiama, che non c´erano con me le mie compagne di università. Correvo, verso Termoli, e attorno vedevo tremare anche gli alberi».
[Il miracolo di Aziz]
Fabiano, 30 anni, invece non si è mosso da Tempera. Dodici ore dopo ha ancora la testa infilata nel suo casco da motociclista. Ha tirato fuori 11 corpi, sei morti e cinque vivi. «Per quattro ore – dice – qui non si è visto nessuno. Chiamavo, sentivo gridare, qualcuno che chiedeva aiuto, sempre più piano. Ho perso almeno dieci voci, di gente che conosco. Due mi supplicavano, per nome. Ho tirato via mattoni, pezzi di muro, lavandini, ma ero solo e capivo di non arrivare in tempo. Una ragazza mi ha chiesto di dirle almeno se avevo incontrato, qui fuori, il suo fratellino». Non prosegue e non serve. Come è inutile chiedere di più, sul «miracolo di Aziz». Nei paesi della montagna abruzzese, svuotati di giovani, gli immigrati sono migliaia. Molti luoghi, molte greggi, affidano agli extracomunitari il loro destino. Una grazia contraccambiata l´altra notte. Il macedone Aziz, con la moglie, sei ore prima del boato è partito da Castelnuovo per la Germania, chiamato dalla figlia che gli ha donato una nipotina. Ha lasciato altri tre macedoni, un pastore e due muratori, che non rivedrà. «Dove sono» – chiede al telefono – e si mette in auto per venire a cercarli di persona. Sono quasi le 23 e nelle tendopoli, che solo ora iniziano a sorgere, la notte della vita e della morte, che è già storia indelebile dell´Abruzzo, si racconta tra gli oltre 50 mila sfollati.
[L´applauso per Francesca ]
I più vecchi sono seduti, o distesi, nelle tende, e chiedono perché non è toccato a loro. Francesca, due ore fa, ha strappato l´unico sorriso. Quando è iniziato a piovere, l´hanno tirata fuori da una palazzina di quattro piani, ridotta in una piramide di sabbia. Qui al campo l´hanno sentito alla radio e una vecchia ha iniziato a battere le mani. L´hanno sentita, e nell´ospedale militare in piazza Duomo, a L´Aquila, è scoppiato un applauso. E´ passato un istante di sospesa felicità, anche tra chi passava tra i letti diretto in realtà a cercare qualcuno nell´obitorio. «Quanti sono i morti»?, chiede Pietro De Paolis. Lo hanno visto tutti, salvo dopo ore, in lacrime, in mezzo a via XX Settembre, in mutande. Fa questa domanda e nessuno gli risponde. «A Onna – dice una vecchia che per sei ore non si è voluta alzare dalla sedia portata in cantina – siamo rimasti uno su otto». Vuole dire che i numeri del terremoto si danno dopo molto, molto, molto tempo. E non sono mai veri.

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