Il Circo Massimo apre il congresso

Il manifesto 7/04/09

CGIL Due linee a confronto sul futuro sindacale. Movimenti nel Pd

Loris Campetti
La grande manifestazione al Circo Massimo ha aperto una nuova stagione della Cgil, una stagione di forte conflitto contro le politiche economiche e sociali di Berlusconi? Oppure è l’ultimo atto politico-sindacale della stagione segnata dall’accordo separato di Cisl e Uil con la Confindustria con la benedizione del governo, insomma, una generosa testimonianza di resistenza prima di rientrare nei ranghi della real politik? Ci sono molti modi per interpretare la giornata di sabato a Roma, come se quelle centinaia di migliaia di lavoratori «garantiti» (ma ce ne sono, oggi?) e precari, nuovi disoccupati, pensionati e studenti non avessero espresso con chiarezza le ragioni della loro «scampagnata». Eppure, entrambe le interpretazioni albergano, oltre che nei media e nell’opposizione politica, nella stessa Cgil e aprono la stagione congressuale del maggior sindacato italiano.
Le notizie e le schermaglie si susseguono. A poche ore dalla manifestazione al Circo Massimo è stata annunciata la decisione dei protagonisti dell’accordo separato – a cui Epifani dal palco aveva lanciato un appello a non precipitare le cose per non accentuare la frattura sindacale, ad aprire un tavolo sulla crisi e a dare la parola definitiva ai lavoratori sulla (contro)riforma contrattuale – di firmare il contestato testo già mercoledì. Uno schiaffo in faccia al segretario generale della Cgil che dall’inizio della crisi sindacale ha tentato in tutti i modi di mantenere un «telefono rosso», un filo di comunicazione, con Cisl e Uil. E con la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. Nel pomeriggio di ieri è stata proprio lei a comunicare il rinvio della firma conclusiva dell’accordo di una settimana, perché «la Cgil ha chiesto di assistere ma non firmerà». Certo, oggi e per un po’ di tempo la Cgil non è in condizioni di firmare un accordo contro il quale ha mobilitato la sua gente con uno sforzo senza pari dal lontanissimo 23 marzo del 2002, quando alla guida della confederazione c’era Sergio Cofferati. Però, sostiene una parte della Cgil a cui il Corriere ha già dato spazio e credito, bisogna costruire un percorso che «ci porti fuori dall’isolamento in cui ci siamo cacciati». Non è una sorpresa, almeno per i lettori del manifesto, che la manifestazione di sabato, solo quattro mesi fa, era tutt’altro che acquisita. Se c’è stata è grazie a una battaglia politica interna che ha avuto il suo momento più importante nello sciopero generale indetto unitariamente il 13 febbraio dalle due principali categorie dei lavoratori attivi: la Funzione pubblica e la Fiom. Molti hanno mal digerito tanto quello sciopero – una novità assoluta, un legame sociale e sindacale costruito in decine di assemblee e iniziative unitarie – che il peso avuto nelle scelte della confederazione. E ci sono categorie, come gli agro-alimentaristi della Flai, che mentre in corso d’Italia si organizzava la manifestazione della Cgil contro l’accordo separato, firmavano il rinnovo contrattuale con Cisl e Uil sulla base (ma questa lettura è contestata dalla Flai) delle nuove regole.
La rottura sindacale non piace a nessuno. Però c’è chi è convinto che sulla base della controriforma si segnerebbe la fine del ruolo e dell’autonomia delle categorie, oltre che della contrattazione tout court: tutto accentrato dai vertici confederali, a loro volta prigionieri delle controparti padronali nelle commissioni pariteche. La fine non solo del sindacato conflittuale, ma anche del sindacato contrattuale. In poche parole, la fine della Cgil. Al contrario, c’è chi pensa che una prolungata «solitudine segnerebbe la fine della Cgil e, come Cisl e Uil, sostiene che con questo governo bisogna scendere a patti per mitigare i disastri prodotti dalle politiche delle destre. Meglio «complici» che antagonisti.
Giovedì del congresso della Cgil, che per statuto dovrebbe concludersi entro la primavera prossima, si discuterà pubblicamente in un convegno che ha per titolo «Una nuova economia», sottotitolo «verso il congresso». Insieme a economisti come Leon e Brancaccio, a politici come Bertinotti, Marini e Nerozzi, a ex sindacalisti come Cofferati e Greco si confronteranno i dirigenti della Cgil più impegnati sul terreno dell’autonomia della confederazione: i segretari generali di Fiom e Fp (i reprobi Rinaldini e Podda), dirigenti confederali come Piccinini e Rocchi, segretari di forti Camere del lavoro (da Torino a Bologna), Giorgio Cremaschi della Rete 28 aprile.
Al confronto interno alla Cgil guardano con molta attenzione le forze dell’opposizione parlamentare e della multiforme sinistra. Non potrebbe essere diversamente, rappresentando il sindacato di Epifani l’unica resistenza di massa alle politiche berlusconiane. Nel Pd il nodo del lavoro, espulso dalle agende politiche sin dall’atto costitutivo del nuovo partito «equidistante» tra il capitale e quello che una volta si chiamava il suo becchino, potrebbe rientrare dalla finestra, sotto l’effetto della crisi e delle sue terribili conseguenze sociali. E c’è chi lavora per costruire nel Pd almeno una corrente di sinistra, una specie di «partito del lavoro» dentro il partito.

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