Fila di corpi e bare

Il manifesto 7/04/09

TERREMOTO

Reportage da Onna rasa al suolo, 42 le vittime. Parlano i sopravvissuti. Crollate due chiese storiche, l’Immacolata Concezione di Paganica e Santa Maria delle Grazie a Tempera
Marco Boccitto
INVIATO A ONNA (L’AQUILA)
Onna è probabilmente il centro più duramente colpito dal sisma che ha sconvolto ieri l’aquilano. Raso al suolo il centro storico e tutto quel che c’era dentro. La fila di corpi e di bare è allineata in un prato verde smeraldo sotto a un vecchio noce, l’unico elemento a trasmettere un’idea di qualche solidità in questo momento. E una disperazione dignitosa e composta, come quella stampata sui volti degli anziani e dei giovani che vagano alla ricerca dei propri cari. La stessa cosa che ha colpito Paola, volontaria del 118 di Pescara al lavoro fin dal primo mattino tra le macerie. «Difficile fare un bilancio, finora abbiamo estratto 37 corpi senza vita ma, guardati intorno, non finisce qui purtroppo». Un altro volontario dell’Associazione Misericordia di Scafa racconta le peripezie per arrivare fin qui. Mancanza di coordinamento? «Peggio, totale inconsapevolezza di quanto stava avvenendo. E poi a L’Aquila è saltato tutto, difficili anche le comunicazioni.
Prima di raggiungere Onna abbiamo vagato senza meta, ovunque arrivavamo con l’ambulanza ci dicevano che non ce n’era più bisogno, morti e feriti erano già stati tirati fuori. Ma le condizioni dei centri abitati sono molto simili a quelle di qui. Il problema è la vastità del territorio e il suo estremo frazionamento, che non consente interventi rapidi e mirati».

99 cannelle senz’acqua
Il centro dell’Aquila è una visione sconsolante. Ma ancora prima di entrare nel cuore della città, la cui pianta ricorda quella di Gerusalemme, in via Duca degli Abruzzi, un edificio di quattro piani che avrà avuto al massimo vent’anni si è accartocciato su se stesso. Qui c’è persino una gru al lavoro.
Ma è impensabile portare mezzi del genere tra i vicoli più interni. Tra la polvere rarissime apparizioni, fantasmi che trasportano il poco che sono riusciti a prendere dalle loro case sventrate.
Quante delle 99 cannelle che vanta la spettacolare e omonima fontana – uno dei simboli più forti della città – faranno ancora scrosciare l’acqua? Quante delle sue 99 magnifiche chiese saranno rimaste in piedi? Molte, a giudicare dalle mura esterne che tutto sommato hanno tenuto, si direbbe meglio di tanti edifici recenti, nonostante i massi che ingombrano i sagrati. Ma solo avvicinarsi per verificare all’interno è impossibile. Ci vorranno mesi per periziare le centinaia di edifici rimasti in piedi per miracolo.

Il sisma suona le campane
Appena fuori dal capoluogo, sulla strada che punta verso la zona dell’epicentro, la chiesa di S.Elia è tutt’altro che un capolavoro di architettura medievale. La sua struttura in cemento e cortina ha ceduto su un lato, come se fosse stata colpita da una palla di cannone. E dall’ampia ferita sbuca la statua scomposta del santo patrono, venuta giù insieme a tutto il resto. Don Mauro, giovane prete cagliaritano che vive qui con padre e madre spaventatissimi, celebrerà messa nello spiazzale antistante. È riuscito a far suonare le campane registrate. «Quelle vere non le suoniamo mai perché già normalmente fanno oscillare il campanile». Le ha suonate e a lungo, la notte scorsa, l’interminabile scossa che ha gettato tutti in strada. Più avanti, superato il sito industriale di Bazzano, dove su uno spiazzo stanno allestendo le prime tende, si svolta a sinistra in direzione del Gran Sasso.

Scarpe rimaste a terra
Paganica è un altro centro storico sigillato dalle forze dell’ordine per evitare che la gente torni alle proprie case, anche se solo per prendere una coperta, i documenti, le scarpe rimaste a terra nel fuggi fuggi notturno. La splendida chiesa dell’Immacolata Concezione, appena restaurata, è irriconoscibile: la facciata si è aperta e si è come scollata dal resto della struttura. In mattinata si parla di 4-5 morti, ma anche qui il centro è in parte sbriciolato, la situazione è in divenire.
Va ancora peggio a Tempera, poco più a monte, dove solamente l’omonimo torrente è rimasto impassibile nelle sue acque gelide. Il centro è completamente sfigurato. Inutile cercare la silhouette pietrosa di Santa Maria delle Grazie, che ormai non esiste più. Che prima c’era lo prova solo lo spigolo mozzo di un campanile, precario come il resto. Mircea e Toni sono due dei tanti romeni che abitavano le case più vecchie. Hanno messo in salvo le famiglie per un soffio. «Noi sì, tutti bene, ma molti nostri amici non riusciamo a trovarli. I volti escoriati e i capelli intrisi di polvere raccontano il terrore e il rischio corso. Ugo De Paulis è il prosindaco di questa estrema circoscrizione dell’Aquila. Conforta una ragazza in lacrime, come suo padre, l’angoscia per la casa persa e i parenti che sono chissà dove. «È stato terribile e interminabile. 20/30 secondi preceduti da un boato, poi il frastuono delle suppellettili che andavano in frantumi. Non abbiamo capito più nulla. Ora molti offrono il loro aiuto, ma è presto per dire di quanto e cosa abbiamo bisogno. Bisogna aspettare almeno domani per indirizzare meglio i soccorsi. Intanto si scava. Per noi è una pena terribile, siamo una piccola comunità molto unita, ci conosciamo tutti. Unica nota positiva nel disastro la velocità e la capacità d’intervento della nostra Protezione civile, che fa capo agli alpini dell’Aquila».

Centri commerciali sbarrati
Tornando sulla statale 17 è chiaro che chi può sta lasciando L’Aquila in auto. L’assalto per ora è ai distributori di benzina, dal momento che tutti i negozi sono chiusi. Sbarrati anche i tanti centri commerciali sorti come funghi negli ultimi anni, beffardi nella loro muta robustezza. Strade sature, fila interminabile a cui sono costretti anche i soccorsi. Colonne dell’esercito, mezzi della finanza, vigili del fuoco, polizia, carabinieri, i pick up della forestale e della Protezione civile con le scritte sui fianchi che rimandano ai mille comuni di montagna che sono sparpagliati nella zona.
Dopo aver vagato per buona parte della mattinata mettono il muso in direzione dei centri più colpiti. Castelvecchio, Poggio Picenza, Castelnuovo Calvisi, Paganica, Tempera, le estreme pendici del Gran Sasso e giù verso la piana di Navelli.

L’asfalto è spaccato
Per arrivare a Onna senza intralciare conviene prendere per Monticchio, che dista solamente 2 km ed è sostanzialmente integro. Poi una stradina che piega verso il paesino più martoriato. L’asfalto spaccato e sollevato di dieci centimetri rispetto al bordo, il piccolo ponte sull’Amiternum che sta ancora lì per dispetto. Al di là del fiume il noce con la fila di corpi e di bare che nel frattempo è raddoppiata. Un altare di fortuna viene approntato da alcune suore, un sacerdote filippino inizia la preghiera mentre un vento gelido si incanala giù dal Monte Ocre ancora perfettamente innevato.
Dal Gran Sasso che svetta sull’altro lato si avvicina una massa di nubi nere che non promettono nulla di buono. E al termine di una giornata in cui l’unico dato positivo era stato il sole arriva una violenta scarica di acqua e grandine che certo complica tutto.
Poi ancora una forte scossa, intorno alle 19, e un’altra più leggera poco più tardi, da sommare alle innumerevoli altre che si sono susseguite per tutta la giornata. Per non dire delle settimane passate. Che prima o poi sarebbe successo non vi erano dubbi. Fino a ieri si poteva al massimo disquisire sul quando. Da oggi ci si chiede solo quando finirà.

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